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Avviso Pubblico: Agrigento prima per minacce ad amministratori |
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Tuesday 17 April 2012 |
Incendi di auto o abitazioni, minacce esplicite, buste di proiettili.
Dura la vita degli amministratori locali al Meridione. È quanto emerge
dal rapporto di “Avviso pubblico”, analizzato nel numero di questa
settimana di “ASud’Europa”, che mette in luce la difficoltà degli uomini
e donne che hanno scelto di mettersi in gioco per contribuire a
governare la propria comunità con trasparenza e legalità. Il record di
intimidazioni spetta alla Calabria con 87 episodi, segue la Sicilia con
49 e la Campania con 29. La provincia siciliana che registra il maggior
numero di casi nel 2011 è quella di Agrigento seguita da Palermo,
Catania e Caltanissetta. L’associazione “Avviso pubblico”, dunque, ha
stilato un rapporto, analizzato dal settimanale “ASud’Europa”, sui casi
di minacce e intimidazioni subite dagli amministratori italiani, la
percentuale più alta è stata registrata al Sud. Nel 2011 in Sicilia sono
stati rilevati circa 12 casi di intimidazioni e minacce agli
amministratori locali. La provincia con la più alta percentuale di
avvenimenti è la nostra, seguita da Caltanissetta e Palermo. Alcuni
esempi: il 4 gennaio del 2011, tre buste contenenti proiettili ed un
messaggio di minacce sono state recapitate al direttore e segretario
generale della Provincia di Agrigento, Giuseppe Vella, al direttore
dell’ufficio Finanze e bilancio Fabrizio Caruana ed al direttore delle
risorse umane Aldo Cipolla. Una lettera di minacce anche al presidente
della Provincia Eugenio D’Orsi. Sempre a gennaio il sindaco di Porto
Empedocle, Calogero Firetto, trova sul parabrezza della sua auto una
busta con all’interno due proiettili calibro 38 ed un ritaglio di
giornale con la sua foto e la scritta “2011″.
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Mafia: più di 150 le donne uccise. Un dossier sfata il mito che la donna non si tocca |
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Friday 16 March 2012 |
Il dossier 'Sdisonorate' della Mediateca Valarioti dell'Associazione daSud sfata il mito secondo cui il codice d'onore impedirebbe ai mafiosi di uccidere mogli, figlie e sorelle. Tante le storie sconosciute.
Sono piu' di 150 le donne uccise dalle mafie in Italia, secondo un dossier dell'Associazione daSud. La ricerca si intitola: "Sdisonorate. Le mafie uccidono le donne" e sfata il mito secondo cui i mafiosi avrebbero un codice d'onore che proibisce di ammazzare le donne. Il dossier curato da Irene Cortese, Sara Di Bella e Cinzia Paolillo testimonia una lunga scia di sangue iniziata nel 1896 con Emanuela Sansone, uccisa a soli diciassette anni a Palermo per ritorsione nei confronti della madre. L'ultima tomba in ordine di tempo e' quella rosarnese di Maria Concetta Cacciola, morta suicida ingerendo acido muriatico il 22 agosto del 2011, a soli 31 anni e con tre figli di sette, dodici e sedici anni. I magistrati di Palmi hanno arrestato la madre, il padre e il fratello, appartenenti al clan dei Bellocco, con l'accusa di averla indotta al suicidio con continui atti di violenza fisica e psicologica. I tre figli affidati ai nonni materni erano l'arma del ricatto. La colpa di Maria Concetta e' stata decidere di collaborare con i magistrati tre mesi prima della morte, probabilmente seguendo l'esempio di sua cugina Giuseppina Pesce. Bere acido e' una modalita' per togliersi la vita che continua a ripetersi in Calabria negli ultimi mesi. Donne che non riuscite a uscire dal giogo mafioso e sembra vogliano lavare con l'acido il disonore di avere fatto rivelazioni sulle 'ndrine e rotto l'omerta'.
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Agrigento: Giuseppe Motisi, condannato per mafia, ricorre alla corte europea per riavere i suoi beni |
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Monday 12 March 2012 |
“Sono stato condannato per mafia. Ma lo Stato italiano ha sbagliato a confiscare i beni di mia moglie che non sono provento illecito ma frutto della eredità del padre della stessa e perciò chiedo alla Corte Europea dei diritti dell’uomo che dichiari illegittima la confisca, disponga la revisione del processo e condanni lo Stato italiano a rimborsare il contro valore in danaro degli stessi beni”. Queste sono le ragioni per le quali Giovanni Giuseppe Motisi condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, si è rivolto alla corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, con il patrocinio dell’avv. Arnaldo Faro del Foro di Agrigento, sostenendo che il decreto di confisca della casa coniugale e di un magazzino, adottato dai giudici italiani si è posto in contrasto con l’art. 6 e 13 della Convenzione dei diritti dell’uomo, secondo cui ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente e pubblicamente ed ha diritto ad un ricorso effettivo dinanzi ad una istanza giudiziaria nazionale.
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Ultimo aggiornamento ( Monday 12 March 2012 )
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Palma di Montechiaro ritorna l'incubo della guerra di mafia |
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Monday 30 January 2012 |
Palma di Montechiaro si è svegliata con l’incubo della guerra di mafia.
Dopo anni di malcelato silenzio, vendette e rancori repressi, bocconi
amari dati ed inghiottiti, si staglia nuovamente imperioso il rischio
carneficina. Come quello di venti anni fa quando le strade della città
del Gattopardo vennero lastricate di cadaveri e sangue. Un sospetto più
che fondato. Alimentato fortemente dalla duplice esecuzione di ieri,
vittime Giuseppe Condello, 41 anni, schedato mafioso e ritenuto
appartenente al gruppo egemone della Stidda e Vincenzo Priolo, 27 anni,
precedenti penali per droga, abituale frequentatore del primo e ritenuto
il suo autista-factotum. Che nel mirino dei killer avversari,
probabilmente appartenenti alla fazione opposta, quella di Cosa nostra,
ci fosse Condello, questo è fuori di dubbio. Anche se, poi, a ben vedere
entrambe le vittime sono state assassinate con sette colpi di pistola
calibro 9. I loro corpi, come è noto, sono stati trovati ieri pomeriggio
nei pressi di un cavalcavia di contrada Ciccobriglio, lungo la vecchia
strada per Campobello di Licata, in territorio di Palma di Montechiaro.
Si sospetta che le vittime avessero un appuntamento proprio in quel
punto con i loro assassini. Il gruppo di fuoco dopo aver portato a
termine la missione di morte e aver gettato nel burrone i due corpi
avrebbe spostato l’auto, una Fiat Grande Punto, allontanandola di due
chilometri circa dal luogo del duplice omicidio e incendiandola per
cancellare ogni traccia. L’incendio dell’autovettura potrebbe assumere
un significato particolare: la volontà di cancellare ogni traccia magari
perché dentro quell’auto è salito anche l’assassino. Dettagli questi
che sono al vaglio degli investigatori guidati dal dirigente del
Commissariato di Palma, Angelo Cavaleri e dal capo della Squadra mobile,
Corrado Empoli, sotto la guida, almeno per adesso del sostituto
procuratore della Repubblica, Luca Sciarretta. Terminate le prime
incombenze investigative, tuttavia, l’inchiesta dovrebbe passare per
competenza alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, attesa la
chiara matrice mafiosa del duplice delitto.
Fonte: Grandangolo, il settimanale di Agrigento diretto da Franco Castaldo
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Ultimo aggiornamento ( Monday 30 January 2012 )
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Canicattì(AG): le fiamme gialle sequestrano 75 milioni di euro a Cosa Nostra |
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Monday 30 January 2012 |
Il Tribunale di Agrigento ha accolto le richieste della D.D.A. di Palermo e ha ordinato il sequestro di beni mobili ed immobili e di aziende nei confronti di tre appartenenti alla famiglia di Canicattì di “Cosa nostra”. I provvedimenti di sequestro arrivano dopo lunghi e complessi accertamenti patrimoniali eseguiti dalla Guardia di Finanza di Agrigento su delega, appunto, del Procuratore della Repubblica di Palermo. Gli accertamenti hanno, in particolare, riguardato: Angelo Di Bella, 58 anni; Vincenzo Leone, 42 anni; Luigi Messana 54 anni, tutti di Canicattì e coinvolti nell’inchiesta sul centro commerciale “Agorà” oggi denominato “Le vigne” che aveva attirato gli interessi mafiosi di Cosa nostra. Nel complesso, però, sono stati sottoposte ad accertamenti patrimoniali 33 persone; oltre ai predetti, indiziati di appartenere a “Cosa nostra”, sono compresi soggetti ad essi collegati, tra familiari, sodali, soci e prestanome. La laboriosa e penetrante azione investigativa del Nucleo di polizia tributaria di Agrigento ha fatto venire alla luce un sistema complesso in cui i legami familiari, i rapporti affaristici di tipo imprenditoriale ed i vincoli di tipo criminale si sovrapponevano e si incrociavano ripetutamente tra loro. I legami esistenti tra i soggetti all’interno di “cosa nostra”, infatti, si riproducevano a livello parentale, trovando talvolta corrispondenza in legami di tipo familiare, e si riproducevano nei rapporti d’affari all’interno delle imprese mafiose. Le proprietà immobiliari sono, così, risultate estremamente frazionate tra i vari soggetti appartenenti a “cosa nostra” e sottoposti ad accertamenti patrimoniali; questo modello è risultato ripetuto anche nella distribuzione delle quote azionarie delle imprese mafiose sottoposte a sequestro.
Leggi anche: La guardia di finanza, su ordine della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ha sequestrato beni per 500mln di euro ai fratelli Cascio, prestanome del Boss Matteo Messina Denaro.
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Ultimo aggiornamento ( Monday 30 January 2012 )
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Guerra di Mafia nell'agrigentino, 5 condanne per 11 omicidi |
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Wednesday 25 January 2012 |
Cinque
condanne, una all’ergastolo, tre a trent’anni ed una ad otto anni (con
beneficio accordato ai pentiti) tre assoluzioni da ogni accusa. E’
questa la sentenza emessa a tarda serata di giovedì dal Gup del
Tribunale di Palermo, Vittorio Anania, che ha celebrato il processo, con
rito abbreviato, a carico di otto imputati accusati a vario titolo di
una serie impressionante di delitti, undici per la precisione, commessi
nell’agrigentino nel periodo più cruento della storia mafiosa
provinciale. Ergastolo per Salvatore Fragapane, ritenuto responsabile
come mandante degli omicidi di Giovanni Panarisi e Giuseppe Randisi;
Filippo Panarisi; Amedeo Gentile, Giuseppe Barba e Vincenzo Sambito;
trent’anni di carcere per Calogero Salvatore Castronovo accusato
dell’omicidio di Filippo Panarisi; 30 anni anche a Joseph Focoso per
l’omicidio di Giuseppe Barba; 30 anni a Giovanni Pollari per l’omicidio
di Ignazio Panepinto. Per lo stesso omicidio otto anni sono stati
inflitti a Luigi Putrone che ha beneficiato della particolare
legislazione dei pentiti. Fragapane è stato anche condannato a pagare
una provvisionale di 50 mila euro ai familiari di Giuseppe Randisi e
Amedeo Gentile. Anche Putrone dovrà pagare una provvisionale di 50 mila
euro ai familiari di Salvatore Greco. Gli assolti sono: Giuseppe Fanara,
Mario Capizizi e Giuseppe Renna (da ogni accusa). Assoluzione anche per
Giulio Albanese (prescrizione); Fragapane per gli omicidi Panepinto e
Collura e tentato omicidio di Filippo Panarisi; Castronovo che era
accusato dei delitti Barba e Russello; Focoso assolto per il delitto
Russello; Renna per il delitto di Giuseppe Mallia.
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