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Palma di Montechiaro ritorna l'incubo della guerra di mafia |
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Monday 30 January 2012 |
Palma di Montechiaro si è svegliata con l’incubo della guerra di mafia.
Dopo anni di malcelato silenzio, vendette e rancori repressi, bocconi
amari dati ed inghiottiti, si staglia nuovamente imperioso il rischio
carneficina. Come quello di venti anni fa quando le strade della città
del Gattopardo vennero lastricate di cadaveri e sangue. Un sospetto più
che fondato. Alimentato fortemente dalla duplice esecuzione di ieri,
vittime Giuseppe Condello, 41 anni, schedato mafioso e ritenuto
appartenente al gruppo egemone della Stidda e Vincenzo Priolo, 27 anni,
precedenti penali per droga, abituale frequentatore del primo e ritenuto
il suo autista-factotum. Che nel mirino dei killer avversari,
probabilmente appartenenti alla fazione opposta, quella di Cosa nostra,
ci fosse Condello, questo è fuori di dubbio. Anche se, poi, a ben vedere
entrambe le vittime sono state assassinate con sette colpi di pistola
calibro 9. I loro corpi, come è noto, sono stati trovati ieri pomeriggio
nei pressi di un cavalcavia di contrada Ciccobriglio, lungo la vecchia
strada per Campobello di Licata, in territorio di Palma di Montechiaro.
Si sospetta che le vittime avessero un appuntamento proprio in quel
punto con i loro assassini. Il gruppo di fuoco dopo aver portato a
termine la missione di morte e aver gettato nel burrone i due corpi
avrebbe spostato l’auto, una Fiat Grande Punto, allontanandola di due
chilometri circa dal luogo del duplice omicidio e incendiandola per
cancellare ogni traccia. L’incendio dell’autovettura potrebbe assumere
un significato particolare: la volontà di cancellare ogni traccia magari
perché dentro quell’auto è salito anche l’assassino. Dettagli questi
che sono al vaglio degli investigatori guidati dal dirigente del
Commissariato di Palma, Angelo Cavaleri e dal capo della Squadra mobile,
Corrado Empoli, sotto la guida, almeno per adesso del sostituto
procuratore della Repubblica, Luca Sciarretta. Terminate le prime
incombenze investigative, tuttavia, l’inchiesta dovrebbe passare per
competenza alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, attesa la
chiara matrice mafiosa del duplice delitto.
Fonte: Grandangolo, il settimanale di Agrigento diretto da Franco Castaldo
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Ultimo aggiornamento ( Monday 30 January 2012 )
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Canicattì(AG): le fiamme gialle sequestrano 75 milioni di euro a Cosa Nostra |
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Monday 30 January 2012 |
Il Tribunale di Agrigento ha accolto le richieste della D.D.A. di Palermo e ha ordinato il sequestro di beni mobili ed immobili e di aziende nei confronti di tre appartenenti alla famiglia di Canicattì di “Cosa nostra”. I provvedimenti di sequestro arrivano dopo lunghi e complessi accertamenti patrimoniali eseguiti dalla Guardia di Finanza di Agrigento su delega, appunto, del Procuratore della Repubblica di Palermo. Gli accertamenti hanno, in particolare, riguardato: Angelo Di Bella, 58 anni; Vincenzo Leone, 42 anni; Luigi Messana 54 anni, tutti di Canicattì e coinvolti nell’inchiesta sul centro commerciale “Agorà” oggi denominato “Le vigne” che aveva attirato gli interessi mafiosi di Cosa nostra. Nel complesso, però, sono stati sottoposte ad accertamenti patrimoniali 33 persone; oltre ai predetti, indiziati di appartenere a “Cosa nostra”, sono compresi soggetti ad essi collegati, tra familiari, sodali, soci e prestanome. La laboriosa e penetrante azione investigativa del Nucleo di polizia tributaria di Agrigento ha fatto venire alla luce un sistema complesso in cui i legami familiari, i rapporti affaristici di tipo imprenditoriale ed i vincoli di tipo criminale si sovrapponevano e si incrociavano ripetutamente tra loro. I legami esistenti tra i soggetti all’interno di “cosa nostra”, infatti, si riproducevano a livello parentale, trovando talvolta corrispondenza in legami di tipo familiare, e si riproducevano nei rapporti d’affari all’interno delle imprese mafiose. Le proprietà immobiliari sono, così, risultate estremamente frazionate tra i vari soggetti appartenenti a “cosa nostra” e sottoposti ad accertamenti patrimoniali; questo modello è risultato ripetuto anche nella distribuzione delle quote azionarie delle imprese mafiose sottoposte a sequestro.
Leggi anche: La guardia di finanza, su ordine della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ha sequestrato beni per 500mln di euro ai fratelli Cascio, prestanome del Boss Matteo Messina Denaro.
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Ultimo aggiornamento ( Monday 30 January 2012 )
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Guerra di Mafia nell'agrigentino, 5 condanne per 11 omicidi |
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Wednesday 25 January 2012 |
Cinque
condanne, una all’ergastolo, tre a trent’anni ed una ad otto anni (con
beneficio accordato ai pentiti) tre assoluzioni da ogni accusa. E’
questa la sentenza emessa a tarda serata di giovedì dal Gup del
Tribunale di Palermo, Vittorio Anania, che ha celebrato il processo, con
rito abbreviato, a carico di otto imputati accusati a vario titolo di
una serie impressionante di delitti, undici per la precisione, commessi
nell’agrigentino nel periodo più cruento della storia mafiosa
provinciale. Ergastolo per Salvatore Fragapane, ritenuto responsabile
come mandante degli omicidi di Giovanni Panarisi e Giuseppe Randisi;
Filippo Panarisi; Amedeo Gentile, Giuseppe Barba e Vincenzo Sambito;
trent’anni di carcere per Calogero Salvatore Castronovo accusato
dell’omicidio di Filippo Panarisi; 30 anni anche a Joseph Focoso per
l’omicidio di Giuseppe Barba; 30 anni a Giovanni Pollari per l’omicidio
di Ignazio Panepinto. Per lo stesso omicidio otto anni sono stati
inflitti a Luigi Putrone che ha beneficiato della particolare
legislazione dei pentiti. Fragapane è stato anche condannato a pagare
una provvisionale di 50 mila euro ai familiari di Giuseppe Randisi e
Amedeo Gentile. Anche Putrone dovrà pagare una provvisionale di 50 mila
euro ai familiari di Salvatore Greco. Gli assolti sono: Giuseppe Fanara,
Mario Capizizi e Giuseppe Renna (da ogni accusa). Assoluzione anche per
Giulio Albanese (prescrizione); Fragapane per gli omicidi Panepinto e
Collura e tentato omicidio di Filippo Panarisi; Castronovo che era
accusato dei delitti Barba e Russello; Focoso assolto per il delitto
Russello; Renna per il delitto di Giuseppe Mallia.
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Casteltermini: ecco come la mafia si spartiva gli appalti per la costruzione del termovalorizzatore |
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Friday 23 September 2011 |
Dall’inchiesta “Grande vallone” che ha decimato le cosche nissene del
“Vallone”, quelle comprese nei territori a cavallo con la provincia di
Agrigento (Campofranco, Milena, Mussomeli, Sutera, Acquaviva ed altri
comuni), viene fuori con preoccupante chiarezza come Cosa nostra
agrigentina e nissena avevano messo le mani sui lavori di realizzazione
del termovalorizzatore di Casteltermini. Scrivono i giudici della Dda di
Caltanissetta: Le indagini condotte in quest’ambito, anche in
riferimento a lavori de quibus, costituiscono una prima conferma
dell’assunto che si intende dimostrare in questa sede circa
l’instaurazione di un sistema nell’ambito dei pubblici appalti eseguiti
in territorio siciliano - di cui le società riferibili a Giuseppe Modica
sono parte integrante e con ruolo di indubbia centralità nel territorio
del mandamento mafioso di Mussomeli - teso ad una pianificata
“spartizione” delle opere da realizzar in favore di imprese che, sulla
scorta di pregresse attività di indagine o di quante emerso nell’ambito
dell’odierno procedimento, possono dirsi vicine o, comunque collegate ad
esponenti mafiosi appartenenti a Cosa nostra. Ed invero si consideri,
in primo luogo, che - come accennato - la ditta esecutrice de lavori, in
regime di subappalto, per il termovalorizzatore di Casteltermini
risulta essere la Cooperativa Edile “La Sicilia”, indicata da più
collaboratori di giustizia come impresa della famiglia mafioso di
Bagheria.
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Agrigento: la mafia di Castrofilippo guidata da Bartolotta e dal nipote di Angelo Alaimo |
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Friday 23 September 2011 |
Dalla sentenza “Family” emessa dal Gup del Tribunale di Palermo, Rizzo,
attraverso le motivazioni a supporto della condanna inflitta ad Angelo
Alaimo è possibile ricostruire la parte più importante della famiglia
mafiosa di Castrofilippo. Scrive il giudice: “Gli elementi di prova a
carico di Angelo Alaimo cl.1947 in ordine alla sua partecipazione
all’articolazione mafiosa di Castrofilippo con ruolo apicale ed alle
condotte che ne sono significative derivano dalle precise, convergenti e
riscontrate indicazioni accusatone provenienti dai collaboratori di
giustizia Maurizio Di Gati e Giuseppe Sardino. Di Gati nei suoi
molteplici interrogatori, ha fatto reiteratamente menzione del predetto
Angelo Alaimo, nipote di Antonino Bartolotta, “rappresentante”
riconosciuto di Castrofilippo, e lo ha indicato ora come “vice capo
famiglia”, ora come “reggente” di fatto insieme al Bartolotta, anziano e
malato, ora come “vice rappresentante” della locale cosca. In
particolare nell’interrogatorio reso il 14.12.2006, Di Gati parla di
Alaimo Angelo, nipote del Bartolotta “rappresentante” del paese,
abitante in Canicattì ed ivi sposato e con terre all’uscita di
Castrofilippo, quale uomo d’onore, il quale aveva favorito la sua
latitanza quando lui reggeva la provincia e che, dopo che lui era stato
fatto allontanare da Castrofilippo a seguito delle pressioni esercitate
dal Falsone sull’Alaimo stesso e sullo zio di costui, teneva frequenti
contatti settimanali con il Falsone stesso anche in funzione di un
incontro, avente ad oggetto il chiarimento sulla gestione della
“situazione” in Favara, che doveva aver luogo tra Alaimo Pasquale di
Favara - condannato con sentenza del 27.3.2008 del Tribunale di
Agrigento per il reato di cui all’art.416 bis c.p. quale appartenente
alla famiglia mafiosa di Favara - ed il Falsone e sulla stessa
situazione personale del Di Gati.
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Ultimo aggiornamento ( Friday 23 September 2011 )
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Mafia: L’esercito di Cosa nostra: 4.000 uomini d’onore e 8.000 fiancheggiatori |
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Friday 12 August 2011 |
Cosa nostra dispone di 300.000 voti: radicato il rapporto mafia-politica
Settori di grande guadagno: edilizia, videopoker, distribuzione
alimentare, estorsioni
Un documento inedito. Che Grandangolo pubblica in esclusiva e che Accade In Italia riprende grazie al consenso del Direttore di Grandangolo Franco Castaldo.
La
relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della
mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, che verrà
presentato nei prossimi giorni. Grandangolo anticipa i tratti
essenziali, evidenziando, tra l’altro, il sempre pericoloso rapporto tra
mafia e politica (Cosa nostra dispone di 300.000 voti) con particolare
riferimento alla provincia di Agrigento. “Si inizia dalla composizione interna della
Direzione distrettuale antimafia che è costituita da un organico di 22
sostituti procuratori e 4 procuratori aggiunti che hanno la competenza
territoriale sulle province di Palermo, Trapani ed Agrigento. L’ufficio
attualmente è in gravissima difficoltà in quanto alcuni magistrati sono
sul punto di essere trasferiti avendo superato il limite decennale di
permanenza presso la Procura, termine che si abbassa a otto anni per gli
aggiunti. In particolare, la Direzione distrettuale antimafia si
articola in settori di competenza: la Provincia di Palermo è divisa in
due parti, sud orientale e nord occidentale ed include le zone esterne
denominate “Palermo 1” e “Palermo 2” e poi i settori di Palermo-Madonie,
Trapani ed Agrigento. Una particolare attenzione è stata dedicata
dall’ufficio al settore denominato “mafia ed economia” chiamata ad
occuparsi di tutti i procedimenti del distretto in materia di
criminalità economica indipendentemente dalle separazioni territoriali.
Il metodo di lavoro è quello del pool investigativo che consiste nella
conoscenza da parte dei magistrati di tutte le logiche criminose del
territorio mediante una circolazione piena delle notizie. I verbali
riassuntivi dei collaboratori di giustizia vengono fatti circolare tra i
procuratori aggiunti i quali, essendo informati di tutte le
dichiarazioni, sono in grado di orientare l’attività dei singoli
sostituti. Lo schema dell’organizzazione mafiosa è sempre lo stesso:
“decine”, “famiglie”, “mandamenti” e “province”. Il “mandamento”, è un
organismo di secondo grado che raggruppa più comuni o più quartieri
della città mentre la provincia raggruppa tutti i “mandamenti”
all’interno di una circoscrizione provinciale. Nella Sicilia occidentale
sono stati recensiti 29 “mandamenti” e 94 “famiglie mafiose”. Trapani
comprende 4 “mandamenti” e 17 “famiglie” con circa 720 individui.
Sull’intero territorio si stima una forza complessiva di circa 3500-4000
soggetti, non tutti in libertà, ai quali vanno aggiunti i
favoreggiatori, circa 8000 persone sfiorate solo da sospetti che vengono
monitorate costantemente. Le tre province secondo la struttura
dell’organizzazione mafiosa hanno un loro reggente. Nella provincia di
Trapani il reggente è Matteo Messina Denaro, latitante storico.
Agrigento, sino a poco tempo addietro aveva il suo reggente in Giuseppe
Falsone, di recente arrestato a Marsiglia e già estradato in Italia.
Nella “provincia” di Palermo, storicamente la più importante perché ha
sempre espresso il “capo” della mafia siciliana, la situazione è fluida
in quanto i recenti arresti, anche di latitanti, hanno azzerato le
gerarchie superiori. Attualmente nella provincia di Palermo non sussiste
una reggenza riconosciuta universalmente.
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