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L’inchiesta Hiram fa scoprire la loggia massonica di Agrigento. PDF Stampa E-mail
Thursday 22 October 2009
Calogero Licata, da Canicattì, era il gran maestro ad Agrigento. Massimo esponente della loggia massonica “Serenissima”, Sovrano ordine massonico d’Italia, gran delegato per la Sicilia e in rapporti frequenti con il maestro venerabile Stefano De Carolis. Ad Agrigento c’era anche la sede, nella zona del Quadrivio Spinasanta, mimetizzata sotto le spoglie di un innocuo centro studi. Licata (ma anche De Carolis) è finito nelle maglie della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, con i pm Paolo Guido e Fernando Asaro che stanno ancora indagando, nonostante un processo in corso che annovera fra i testi persino Licio Gelli e Marcello Dell’Utri, nell’ambito dell’inchiesta Hiram.
Nella loggia guidata da Licata, i carabinieri del gruppo di Agrigento hanno scoperto iscritti eccellenti. Politici, imprenditori, avvocati, gente in vista, insomma. Capaci anche di “indirizzare” scelte politiche, scoiali ed imprenditoriali. Un coacervo di relazioni non ancora compiutamente cristallizzate che vanno a finire direttamente nel Trapanese e nelle stanze che contano di Roma. Come, ad esempio, quelle della Cassazione. E’ nota la vicenda dei processi rallentati. A beneficiarne anche esponenti mafiosi o ritenuti tali. Come ad esempio Giovanbattista ed Epifanio Agate, rispettivamente fratello e figlio del capomafia mazarese Mariano, condannato all’ergastolo. Oppure del nostrano Lillo Russello. Per il faccendiere Rodolfo Grancini ogni settimana di processo rallentato (bloccare i provvedimenti di carcerazione) costava mille euro. E Licata, per sua stessa ammissione si prestava a perorare le cause più difficili. Poi, Lillo Licata, che sognava l’apertura di una università (sede distaccata) a Canicattì incontrandosi persino con il rettore dell’università La Sapienza di Roma, realizza che tutto quanto aveva fatto era illecito. E dopo “questi mesi di lunga e dura carcerazione”, ha deciso di aprire una corsia privilegiata con i PM, facendo qualche ammissione grazie alla stesura di un memoriale che, tuttavia, è stato preso con le pinze dagli inquirenti. Licata ammette di essere “consapevole del carattere illegale delle richieste. Magari, si iniziava con richieste più o meno lecite per poi, anche in seguito alle pressioni ricevute da diretti interessati o da loro intermediari, richiedere interventi sicuramente non regolari”. E, ad esempio, evidenzia la storia di Alberto Sorrentino, figlio di Nicolò, altro imputato nel processo e di come si sia adoperato “perché ai giudici non giungesse la cartolina di ritorno della notifica di fissazione dell’udienza, così come alla richiesta dì determinare il rinvio dell’udienza di Agate, una volta che la stessa era stata fissata in tempo utile per evitare la prescrizione”. Non va oltre. E conferma solo il suo ruolo di intermediario e nulla più, con Rodolfo Grancini, un faccendiere di Orvieto che aveva al posto delle pupille il simbolo dell’euro, che ha deciso di collaborare con i giudici anche se lo fa a modo suo. Senza sporcarsi le mani. Sempre Licata ha affermato di non avere avuto interessi personali o economici dietro i suoi interventi bensì enfatizzava quel suo ruolo di gran maestro della massoneria: “Ero ormai entrato in una sorta di delirio di onnipotenza che mi faceva pensare che, in quanto massone, nulla, o quasi, mi era precluso. Del resto se le richieste venivano rivolte a me e poi da me girate al Grancini era proprio in virtù di questa mia posizione dì potentissimo nella massoneria”. Insomma, un ragionamento privo di buon senso che lo ha fatto presto tornare con i piedi per terra: “Sono azioni immorali che in vita mia non avevo mai compiuto”. E mentre il processo va avanti resta sul tappeto l’indagine pregevole dei carabinieri di Agrigento che potrebbe avere ulteriori sviluppi se solo venisse ancora coltivata. In questo caso, le sorprese non mancheranno.
 

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Ultimo aggiornamento ( Thursday 22 October 2009 )
 
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