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Stragi Falcone e Borsellino: indagini anche ad Agrigento, nel mirino l’ex Gruppo Impresem |
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Wednesday 30 December 2009 |
Tre Procure, Firenze, Caltanissetta, Palermo, stanno lavorando alacremente per scoprire e individuare i mandanti esterni delle stragi di Capaci e Via D’Amelio dove vennero uccisi i giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle scorte. Le nuove indagini hanno avuto nuovi impulsi grazie alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. E sono state riaperti vecchi filoni investigativi, mai chiusi, che hanno trovato ulteriore linfa investigativa grazie anche alle rivelazioni del generale Mario Mori che ha indicato la pista mafia e imprenditoria come possibile evento decisivo idoneo a scatenare la reazione di Cosa Nostra. E sul tavolo degli investigatori sono ritornate vecchie investigazioni messe in sonno in attesa di nuovi sviluppi.
Clamorosamente, come Grandangolo vi aveva già raccontato, un pista porta direttamente ad Agrigento ed all’ex gruppo Impresem di Filippo Salamone, condannato definitivamente per mafia e Giovanni Miccichè, suo socio e beneficiario diretto degli illeciti compiuti da Salamone, attualmente direttore editoriale di Teleacras (incredibile!!!) nonché padrone di fatto della tv privata. Ecco cosa scrive il Gip del Tribunale di Caltanissetta Giovanbattista Tona a tal proposito nell’ambito della prima indagine sulle uccisioni di Falcone e Borsellino (p.p. n. 1370/98 r.g.n.r. n. 908/99 r.g.i.p) ed oggi ritornate a galla ed al vaglio degli investigatori: Le indagini si sono rivolte poi verso le attività economiche e le imprese riconducibili al c.d. Gruppo Finivest; in particolare, il P.M. ha dapprima richiesto al Ros di predisporre un elenco di tutte le imprese che erano state già oggetto di attenzione investigativa in relazione ai fenomeni di condizionamento mafioso della libera concorrenza e degli appalti.
E’ stata quindi richiesta un’accurata indagine sul gruppo societario facente capo alla Finivest. Il P.M. ha delegato quindi la Dia affinchè procedesse a verificare la sussistenza, tra le imprese indicate dai Ros e le imprese facenti capo al gruppo Finivest, di “dati di similitudine per quanto attiene ai soci di maggioranza, agli amministratori, ai componenti del collegio sindacale, ovvero se siano riscontrabili fenomeni di associazioni d’imprese, fusioni, trasformazioni o inglobamenti di sorta tra le imprese indicate nei rispettivi elenchi, e ciò a far data dal 1987 e sino al 1994”. La Dia ha evidenziato la sussistenza di specifici elementi di correlazione tra alcune delle società di interesse degli odierni indagati ed altre società facenti capo a soggetti con ruoli di primo piano nei settori più fortemente condizionati dagli interessi e dalle direttive di “Cosa Nostra”; in particolare Filippo Salamone e Giovanni Miccichè, ambedue indagati in procedimenti penali relativi a fatti di condizionamento mafioso della libera concorrenza e della regolarità degli appalti pubblici, risultavano titolari di quote nella Tecnofin Group s.p.a. che aveva costituito con la Co.Ge S.p.A. (controllata dalla Paolo Berlusconi finanziaria s.p.a.) la Tunnedil s.c.a.r.l. per la realizzazione di una galleria naturale e relativi raccordi sulla strada provinciale di Favignana (appalto questo sul quale la Procura di Firenze, nell’ambito del procedimento relativo alle stragi del 1993, ha svolto ampia attività di indagine per cercare riscontri a propalazioni di collaboratori senza conseguire risultati specifici).
La suddetta Co.Ge s.p.a. risultava aver avuto tra i suoi azionisti nel periodo 1990-1993, oltre alla “Paolo Berlusconi Finanziaria s.r.l., anche una serie di persone fisiche tra le quali tale Salvatore Simonetti, nato a San Giuseppe Jato il 4/7/1952, ma residente a Roma sul quale il P.M. appuntava la sua attenzione, disponendo ulteriori approfondimenti. (E’ lo stesso uomo a cui Giovanni Miccichè si rivolge nell’immediatezza della notizia del pentimento di Angelo Siino per intercedere presso la moglie di quest’ultimo e fare in modo che Siino nelle sue dichiarazioni si scordasse del duo Salamone-Miccichè, in cambio di un’enorme dazione di denaro). La Dia accertava che Salvatore Simonetti non era imparentato con i Simonetti di San Giuseppe Jato (Giovanni e Domenico), già noti alle autorità giudiziarie palermitane perché vicini a “Cosa Nostra” e prestanomi di Riina e dei Brusca; tuttavia egli risultava essere stato cointeressato in diverse società insieme a soggetti già sottoposti ad indagine per reati connessi all’organizzazione “Cosa Nostra”, come i già menzionati Salamone e Miccichè e come Giovanni Gentile, legato al noto capomafia di Trapani, Vincenzo Virga. In proposito va rilevato che Gentile era uno dei soci della Im.Pre.Get. s.r.l., altra società che confluì nella Tunnedil s.c.a.r.l. per il lavoro sulla galleria di Favignana.
Giova altresì ricordare che, secondo le dichiarazioni di Angelo Siino e di Giovanni Brusca, già positivamente vagliate da altre autorità competenti a conoscere dei relativi fatti-reato, Salamone aveva partecipato con ruolo di organizzatore alla formulazione e alla rigorosa applicazione del c.d. “patto del tavolino”, in base al quale gli appalti in territorio siciliano venivano gestiti dallo stesso Salamone, da Antonino Buscemi (imprenditore vicino a Riina e titolare al 50% della “Reale Costruzioni” facente capo al gruppo Ferruzzi) e da Giovanni Bini (uomo di fiducia di Buscemi, che svolse il ruolo di rappresentante delle società facenti capo al gruppo Ferruzzi in Sicilia); il “patto” garantiva i legami con la grande imprenditoria per la realizzazione dei lavori di maggiore valore, il controllo su di essi di “Cosa Nostra”, il recupero delle somme da corrispondere all’organizzazione e ai politici che assicuravano gli appalti. Sempre tra i soci della Co.Ge., emergeva anche tale Giorgio Mori; il P.M. nella sua richiesta di archiviazione segnala un legame parentale di costui con il Gen. Mori, uno dei protagonisti della trattativa con Ciancimino all’epoca delle stragi, ma conclude, condivisibilmente, che il collegamento non è sufficiente a prefigurare che l’alto ufficiale dell’Arma potesse aver avuto contatti con Berlusconi e Dell’utri e quindi potesse essere stato “ambasciatore” di costoro nel rapportarsi con gli uomini di “Cosa Nostra”. La nota della DIA del 30/7/1999 evidenziava altresì che la famiglia Rappa, alcuni componenti della quale sono stati indagati per reati di associazione mafiosa, di estorsione e di riciclaggio erano titolari della Cipedil s.p.a. (già oggetto di indagine dei Ros) ed erano stati cointeressati nella “Sicilia televisiva s.p.a.”, nella quale erano poi subentrati amministratori facenti capo alla “Fininvest” e che è stata ancora in seguito incorporata in “Rete quattro s.p.a.”.
Il P.M. ha evidenziato nella sua richiesta di archiviazione che su questi rapporti di affari e su queste cointeressenze si è spostata l’attenzione del suo Ufficio al fine di individuare i mandanti c.d. “esterni” delle stragi del 1992. Lasciando al P.M. le valutazioni di sua competenza in ordine all’utilità di tali dati per individuare eventuali ulteriori piste investigative diverse da quelle sinora perseguite, rileva l’Ufficio che tali accertati rapporti di società facenti capo al gruppo Fininvest con personaggi in varia posizione collegati all’organizzazione “Cosa Nostra” costituiscono dati oggettivi che – in uno agli altri elementi relativi ai contatti e alle frequentazioni di Dell’Utri con esponenti della stessa cosca – rendono quantomeno non del tutto implausibili nè peregrine le ricostruzioni offerte dai diversi collaboratori di giustizia, esaminate nel presente procedimento, in base alle dichiarazioni dei quali si è ricavato che gli odierni indagati erano considerati facilmente contattabili dal gruppo criminale; vi è insomma da ritenere che tali rapporti di affari con soggetti legati all’organizzazione abbiano quantomeno legittimato agli occhi degli “uomini d’onore” l’idea che Berlusconi e Dell’Utri potessero divenire interlocutori privilegiati di “Cosa Nostra”.
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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 30 December 2009 )
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