Giuseppe “Joseph” Zappia, l’anziano ingegnere italo-canadese accusato di aver fatto da “schermo” ad una delle più imponenti operazioni di riciclaggio della storia di Cosa Nostra, il tentativo d’investire 5 miliardi di euro nella progettazione e nei lavori di costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, è stato condannato dal Tribunale di Roma a tre anni e sei mesi di reclusione e a due anni di libertà vigilata. Nel riconoscere Zappia responsabile del reato di associazione per delinquere, la Corte lo ha però assolto dall’accusa di turbativa d’asta relativamente alla partecipazione alla gara di pre-qualifica per la scelta del general contractor dell’opera di collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. Il professionista era stato arrestato a Roma il 12 febbraio 2005. L’indagine aveva preso il via da una segnalazione della polizia canadese risalente all’ottobre del 2002 e relativa alle operazioni finanziarie di una delle più potenti organizzazioni criminali di stampo mafioso del nord America, capeggiata dal boss Vito Rizzuto, originario di Cattolica Eraclea.
Una cellula del
sodalizio operava anche in Italia con lo scopo di acquisire il
controllo di importanti attività economiche: il referente, stando agli
inquirenti, sarebbe stato proprio Giuseppe Zappia, dotato di grande
esperienza internazionale nel campo delle opere pubbliche. Sin dalla
metà degli anni Settanta, il professionista aveva conquistato il vertice
di una delle più importanti società canadesi, partecipando alla
costruzione di complessi immobiliari, ospedali e cliniche per migliaia
di posti letto e, fiore all’occhiello, le due piramidi del villaggio
olimpico di Montreal.
Un’opera, quest’ultima, dal design certamente
futurista e originale, ma che alla fine era costata 68 milioni di
dollari in più di quanto preventivato. Da lì l’arresto di Zappia per
estorsione e truffa. Scarcerato dietro cauzione, nell’aprile 1980
l’ingegnere decideva di lasciare il Canada per trasferirsi negli Emirati
Arabi, ove concorreva alla realizzazione di importanti opere civili e
perfino dei campi base utilizzati dalle forze armate Usa per sferrare
l’attacco all’Iraq durante la prima guerra del Golfo. Dopo la caduta del
muro di Berlino, Giuseppe Zappia si era inserito nel mercato
dell’edilizia privata e delle reti infrastrutturali in Cecoslovacchia,
Polonia e Russia. Il professionista sbarcava pure nelle isole delle
Bermude, dove in società con il locale governatore John Swan, insediava
alcuni complessi turistico-immobiliari. Proprio nelle Bermude
l’ingegnere Zappia aveva l’opportunità di conoscere l’allora
costruttore-tele editore Silvio Berlusconi, proprietario di una villa
nella parte più esclusiva dell’arcipelago.
L’ingegnere, tuttavia, non era riuscito a
sfuggire alla sindrome che colpisce tanti degli emigranti e dei figli di
emigranti. Il timore, cioè, di morire senza radici, soli, lontani. E il
sogno di fare qualcosa di grande, di eterno, per la terra propria e
degli avi. «Mi ricordo – ha raccontato Zappia – che quand’ero ragazzo la
gente anziana, emigrata in America nei primi anni del 1900, mi ripeteva
che un giorno anche Calabria e Sicilia verranno unite da un ponte come
quello di Brooklyn. Ho deciso di concludere la mia vita qui e vorrei
tanto veder realizzato quel ponte sullo Stretto di Messina». Un
desiderio-aspirazione che lo spingeva a farsi in quattro in vista del
preannunciato bando per la scelta del soggetto unico a cui affidare,
chiavi in mano, progetto, finanziamento e lavori. Per concorrere alla
fase di preselezione, Zappia fondava una modestissima società a
responsabilità limitata (appena 30 mila euro di capitale), la Zappia
International, la cui sede veniva fissata a Milano negli uffici dello
studio legale Pillitteri-Sarni, titolare Stefano Pillitteri, consigliere
comunale di Forza Italia e figlio dell’ex sindaco socialista di Milano,
Paolo.
Collega di studio del Pillitteri, Cinzia Sarni. Era a lei che
Giuseppe Zappia confidava i suoi propositi. «È al corrente che io voglio
fare il ponte di Messina?», rivelava l’ingegnere in un colloquio
telefonico del 13 giugno 2003. «Io se faccio il ponte lo faccio perché
ho organizzato 5 miliardi di euro… e questi 5 miliardi furono
organizzati da tempo, mi comprende? Da tempo!». Contemporaneamente l’ingegnere italo-canadese allestiva un team
di professionisti internazionali che lo affiancavano nella gestione
degli aspetti economici e finanziari dell’operazione. Veniva nominato
consulente legale il noto avvocato romano Carlo Della Vedova, mentre i
contatti con i potenziali finanziatori esteri venivano affidati ad un
mediatore cingalese. Per stringere relazioni e alleanze con ministri,
sottosegretari e imprenditoria capitolina, Zappia avrebbe ottenuto la
collaborazione di un ex attore televisivo di origini agrigentine,
Libertino Parisi, noto al grande pubblico per aver fatto l’edicolante
nella trasmissione Rai I fatti vostri. Parisi diventava l’uomo di
fiducia dell’ingegnere Zappia. Con lui venivano programmati appuntamenti
e riunioni ai massimi vertici istituzionali, finanche con il presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi e con il ministro delle Infrastrutture
Pietro Lunardi. «Ho parlato con quelle persone che erano
molto interessate del fatto che un’impresa con capitali arabo-canadesi
intende costruire il ponte finanziando l’opera per intero», rivelava
confidenzialmente l’ingegnere a Libertino Parisi, in una telefonata del 5
marzo 2004. «Ho ricevuto indicazioni di mandare un fax con la proposta
alla segreteria del presidente della società Stretto di Messina». Il 24
marzo, giorno in cui il consiglio d’amministrazione della Stretto Spa
approvava il bando di gara proposto dall’amministratore delegato Pietro
Ciucci per la selezione del general contractor, l’ingegnere era
intercettato mentre dava le ultime istruzioni a Parisi in vista di una
riunione con i vertici della concessionaria per il collegamento stabile
Calabria-Sicilia. Un mese più tardi Zappia informava l’avvocato Dalla
Vedova dell’esito di una lunga riunione con gli ingegneri e gli avvocati
della Stretto di Messina e di un’altra riunione con Salvatore Glorioso,
segretario particolare del ministro Enrico La Loggia ed assessore
provinciale di Forza Italia a Palermo. L’ingegnere spiegava: «Sono già
stato alla sede romana della Stretto di Messina. Non ti posso riferire
adesso quello che ci siamo detti in quelle ore, ma hanno deciso che
l’uomo che farà il ponte sarò io perché posso gestire i problemi in
quell’area del Paese. Sono calabrese!». L’essere calabrese, il sapersi muovere in un ambiente
notoriamente “difficile”, la disponibilità di grandi capitali da offrire
per i lavori del Ponte, evidentemente facevano di Giuseppe Zappia un
uomo fermamente convinto di poter imporre le proprie regole, senza
condizionamenti di sorta. Del resto società concessionaria e potenziali
concorrenti manifestavano già qualche difficoltà a reperire i fondi
necessari per avviare il progetto. «Il bando di concorso: chi vuole
partecipare deve pagare sei milioni di euro. Una cosa ti posso dire, che
loro hanno duecento... due miliardi e mezzo. E quelli lì non bastano
per fare il ponte», spiegava Zappia al solito Parisi. Zappia provava
comunque a tessere possibili alleanze con alcune grosse società di
costruzioni, italiane ed estere. Il 26 giugno 2004 l’ingegnere e Parisi
si soffermavano su un articolo apparso sul quotidiano “Il Messaggero”
nel quale erano indicate alcune società in gara per la realizzazione del
Ponte di Messina.
L’articolo riportava, tra l’altro, che la società
francese Vinci, dopo aver dato la propria disponibilità a partecipare al
consorzio guidato dall’azienda romana Astaldi Spa, aveva preferito alla
fine la partnership con la concorrente Impregilo di Sesto San Giovanni.
«Questi Vinci, sono pronti a venire con me, ma credo che non li
prenderò», commentava astiosamente Zappia. «Perché loro vogliono venire a
mettere moneta e della loro moneta non ne abbiamo bisogno. Vinci, lo
può fare da solo. Questo te lo posso dire io soltanto: Vinci non ha il
segreto mio». Un segreto dunque. L’asso nella manica
che concerne forse l’aspetto finanziario, i soci ancora “occulti”
dell’imprenditore e della sua organizzazione. Senza più il tempo di
tentare nuove alleanze il gruppo Zappia decideva di andare da solo alla
preselezione per il general contractor. Era Libertino Parisi a redigere
la lettera con cui la Zappia International avanzava la sua proposta di
partecipazione alla prequalifica. Tre cartellette dattiloscritte che
pare abbiano lasciato un po’ perplessi gli esaminatori della società
Stretto di Messina. Non solo per la loro lunghezza. Il piano
tecnico-finanziario di Zappia & soci prevedeva infatti un costo per
la realizzazione dell’opera variabile tra i tre e i quattro miliardi di
dollari e la consegna del Ponte nell’arco di tre anni grazie all’impiego
di turni di lavoro notturno. La società “a capitale
italo-arabo-canadese” si impegnava ad eseguire i lavori con costi e
tempi tecnici di realizzazione inferiori del 50%, assemblando pezzi
prefabbricati all’estero e senza ricorrere a subappalti. Per tutelare i
cantieri e scongiurare eventuali reazioni delle cosche di mafia, si
proponeva infine l’intervento dell’Esercito. Il successivo 28 ottobre la Commissione di
valutazione emetteva il suo verdetto. L’offerta del gruppo Zappia veniva
respinta perché non rispondente ai requisiti richiesti nel bando di
gara. Analoga esclusione veniva sancita per una cordata composta da
imprese del Mezzogiorno. Quella che però doveva rappresentare l’uscita
di scena di Zappia e del suo “segreto”, si rivelava invece una tappa
importante nel tentativo di partecipare direttamente alla realizzazione
del ponte. Sono le telefonate effettuate subito dopo l’ufficializzazione
dell’esclusione a indicare che Zappia aveva partecipato alla gara pur
sapendo di non possedere i requisiti richiesti. Era però riuscito a
mettersi in contatto con le imprese concorrenti di ben più solida
competenza tecnico-organizzativa, proponendosi come indispensabile
finanziatore dell’opera. I nomi delle società con cui l’ingegnere
italo-canadese aveva preso contatti “diretti” o “indiretti” sono
elencati nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dai magistrati
romani: ancora una volta Vinci (in associazione con Impregilo), la
francese Bouygues (partner di Strabag), «nonché la società Fincosit in
A.T.I. con Astaldi». «Non avevo né ho
bisogno del finanziamento della mafia italo-canadese per costruire il
ponte sullo Stretto di Messina», ha dichiarato l’anziano professionista
all’Ansa nel febbraio 2005.
«Avevo altri canali perfettamente leciti che
nulla hanno a che fare con la presunta organizzazione. E si tratta di
finanziamenti che vengono da canali bancari italiani di istituti di
primaria grandezza, ma anche di finanziamenti di aristocratici arabi».
Il ponte con i dollari del petrolio dunque. Questo secondo Zappia,
sollevando più di un’obiezione della Direzione distrettuale antimafia
romana, che pur ritenendo plausibile la figura di un finanziatore arabo,
ha enfatizzato la «contestuale presenza di interessi mafiosi». Che Zappia conoscesse il leader criminale
d’oltreoceano e la stessa entità criminogena del ponte di Messina lo
prova il contenuto di una sua conversazione con un collaboratore, l’1
agosto 2003. In essa di parla apertamente di don Vito Rizzuto. «Io non
posso farmi vedere con lui, mi capisci?», dichiara l’ingegnere. «Sì,
anche se io vengo a Montreal non posso rischiare di farmi vedere, perché
una volta che mi vedono con lui, la mia reputazione è finita». Poi una
nota di entusiasmo: «Se tutto va bene io farò il ponte di Messina e
quando farò il ponte, l’amico lo faccio ritornare. Sì, quando farò il
ponte, con il potere politico che avrò io in mano, tornerà lui qui.
Perché lì si deve fare il ponte tenendo contenti tutti quelli della
Sicilia, la gang, capisci? In questo affare c’è moneta per loro. Ti dico
un’altra cosa: è che c’è un lato la mafia, la Sicilia. Di quell’altro
posto c’è la ’ndrangheta. La ’ndrangheta calabrese è più forte della
cosa siciliana, sì, basata su attività di costruzione e di attività
anche di influenza politica. Sono più organizzati i calabresi che i
siciliani. Allora la ’ndrangheta è più forte della mafia…».
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