|
|
|
|
Narcotraffico: la Sicilia dei disoccupati fa resuscitare i clan |
|
|
|
|
Friday 23 April 2010 |
di Carlo Ruta
I
mutamenti di cosa nostra si specchiano sulle due rive dell'Atlantico, tra
vecchio e nuovo continente e riportano in superficie boss e affari di un tempo.
Senza tralasciare il lavoro delle nuove generazioni, che hanno portato nella
logica criminale una "cultura imprenditoriale" che sa giovarsi della
crisi economica, sia a livello locale che internazionale
I
clan siciliani hanno cambiato pelle. Come si è detto, per il persistere di
talune contrarietà, hanno dovuto mantenere basso il profilo degli affari
clandestini, malgrado siano andate a regime le rotte africane della droga. Ma
tale profilo, nel merito del narcotraffico, è destinato a rimanere basso? Sono
d’obbligo alcuni rilievi. La Sicilia dista appena qualche centinaio di miglia
dalle sponde tunisine, libiche e algerine. Costituisce quindi la regione
italiana più esposta a sud, con i suoi 1.484 chilometri di coste, isole minori
comprese, e i suoi porti, puntati peraltro su tutte le prospettive del
Mediterraneo. E con l’infittirsi delle rotte e dei traffici da Mezzogiorno,
legali e illegali, è nelle cose che venga chiamata in causa, più di quanto lo
sia stata nel secondo Novecento, quale porta d’accesso per il continente: a
pari titolo della Spagna e delle coste balcaniche. Non c’è nulla di nuovo,
beninteso. Si tratta di un ruolo che, in modo ondoso, la Sicilia ha ricoperto
per destino storico, sul piano civile quanto su quello militare, e che in
questi tempi viene bene esemplificato dalle vicende dell’immigrazione: è da
oltre un ventennio che l’isola si trova investita frontalmente dalle tratte
degli esseri umani, gestite per forza di cose da clan turchi, greci, maltesi,
balcanici, maghrebini.
I
nuovi scenari dell’economia, che esaltano le rotte del Mediterraneo, intese
oggi quali vie maestre per fuoriuscire dalla crisi, finiscono con il ridurre in
sostanza le distanze fra la Sicilia e il continente nero. E quest’ultimo
costituisce da tempo la via maestra per rifornire di cocaina e oppiacei l’Europa,
che detiene, in tandem con gli USA, il primato mondiale dei consumi di droghe.
Tale riduzione di distanze può significare quindi molto negli orizzonti del
narcotraffico. Non si tratta tuttavia solo di vicinanze materiali. La Sicilia
si trova esposta pure sotto il profilo criminale, quale sede, appunto, di
cosche dotate di una storia, di una identità coesa, in grado di interagire con
le cose. È opportuno allora passare al vaglio quanto sta accadendo sul terreno,
da tale prospettiva.
Di
certo, le organizzazioni siciliane più importanti non stanno mostrandosi
indifferenti ai mutamenti in corso. È quanto si evince da tentativi che, sulla
linea degli affari clandestini, hanno avuto luogo negli ultimi anni. Dall’inchiesta
newyorkese Old Bridge, che ha portato nel febbraio 2008 alla cattura di 90
persone, fra cui numerosi boss, è risultato che, dopo la cattura di Salvatore
Lo Piccolo, la famiglia Inzerillo, rifugiatasi negli USA a seguito della guerra
scatenata da Totò Riina, stava organizzando il ritorno a Palermo, con l’intento
di ripristinare l’egemonia delle famiglie siciliane nel narcotraffico
internazionale. La consistenza del progetto è attestata peraltro dalle persone
che vi risultavano implicate, del calibro di Jackie D’Amico, Frank Calì,
Filippo Casamento: capi di famiglie che da decenni operano all’unisono con il
clan Gambino, considerato fra i più potenti d’America.
Dall’inchiesta
Perseo, che il 16 dicembre 2008 ha portato all’arresto di 99 mafiosi di
Palermo, è emerso altresì il disegno di ripristinare la cupola delle famiglie
palermitane, nella prospettiva di un rilancio degli affari clandestini. Tale
progetto era sostenuto dal latitante Matteo Messina Denaro, con il concorso di
boss di vecchia generazione, come Gaetano Fidanzati, ancora latitante, che
negli anni Settanta aveva assunto un ruolo di prim’ordine, con Gaetano
Badalamenti, Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti, Salvatore Greco. E non basta.
Tentativi di recupero affiorano dall’inchiesta Unlucky Wolf, che ancora nel
dicembre 2008 ha portato all’arresto di 25 mafiosi palermitani. È stato
scoperto, in particolare, che partite di cocaina dall’Argentina affluivano nell’isola,
in piena autonomia, attraverso gli aeroporti di Amsterdam, Londra Parigi,
Vienna, Milano: cosa del tutto anomala, se si considera che negli ultimi due
decenni, i siciliani, per rifornirsi di droghe a uso territoriale, hanno dovuto
rivolgersi di norma ai campani e ai calabresi.
Traspare
in definitiva un lavorio sottotraccia che vede riemergere boss della vecchia
guardia, verosimilmente consapevoli del tunnel in cui indugiano gli eredi dei
capi corleonesi, in particolare sulla linea del narcotraffico, che oggi
risulta, appunto, fra le più dense di promesse. Ancora conferme vengono del
resto dalle peripezie del vecchio Ugo Martello, che nell’aprile 2009 è apparso
nell’inchiesta Milano-Palermo, per traffico di droga in concorso con Luigi
Bonanno e Salvatore Cangelosi, cognato quest’ultimo di Gaetano Fidanzati. Ma
quale lettura dare della presenza di tali boss, di stampo antico, negli affari
di droga, proprio mentre vanno slargandosi gli orizzonti dei commerci
euro-mediterranei? L’aggancio generazionale, una sorta di somma algebrica del
vecchio stile e del nuovo, che consegna al passato pure i cruenti conflitti di
mafia degli anni Ottanta, sembra muovere da ragioni contingenti, si direbbe di
opportunità. Manifesta nondimeno caratteri di necessità, giacché vengono
recuperate e messe a frutto eredità di vario genere che oggi possono rivelarsi
importanti, se non fare addirittura la differenza.
Manifestatasi
con la massima ampiezza negli anni Sessanta e Settanta, la mafia di Stefano
Bontade e dei Greco di Ciaculli è riuscita a mantenere patti ferrei con la
politica, con il benestare tacito dei supervisori atlantici. Esponenti di
quella consorteria hanno fatto la storia del commercio clandestino dei
tabacchi, prima di imporsi nel narcotraffico intercontinentale, per il quale
hanno potuto beneficiare delle mappe del precedente business. La mafia che è
venuta dopo, pur originata dal medesimo ceppo, è altra cosa. Ha ingaggiato uno
scontro frontale con la politica senza cavarne benefici di sorta. Come si
diceva, ha dovuto ridurre il perimetro degli affari clandestini. Numerosi boss,
chiamati in causa da rei confessi, sono stati costretti infine a latitanze
difficili, da cui sono usciti con la carcerazione, in regime di 41 bis. Il
contatto generazionale può servire allora a rigenerare, a incettare saperi, ad
attualizzare, laddove sia possibile, le vecchie mappe, in un orizzonte
composito, nel quale le conoscenze e i contatti pregressi possono costituire la
mossa di vantaggio per rimontare la china.
Fidanzati,
Inzerillo, Martello, Cangelosi, sono finiti in carcere. Al pari di altri,
ancora liberi o pure loro dietro le sbarre, hanno recitato tuttavia una parte
non indifferente. Hanno rimesso in circolo, nel business clandestino che più
consente di capitalizzare, un bagaglio di nozioni, una «cultura», uno stile
imprenditoriale. Lo hanno fatto in prima persona, con l’apporto di figli,
parenti, amici, chiamando comunque a raccolta passato e presente. Per quanto
catalogati come falliti, i tentativi degli ultimi anni zero, quelli cioè della
grande crisi, possono essere quindi preparatori di svolte organizzative, di
passi in avanti. In ogni caso sono sintomatici di una raggiunta consapevolezza
della posta in gioco. E i picchi di disoccupazione nell’isola, indotti dalla
recessione, possono apportare benefici non da poco alle cosche che intendono
riorganizzarsi.
Fonte: domani.arcoiris.tv
|
|
Ultimo aggiornamento ( Friday 23 April 2010 )
|
|
|
|