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Il boss vola in borsa, economia illegale all’ombra della politica |
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Monday 26 April 2010 |
La crisi dà una mano e gli affari si allargano fino a Piazza
degli Affari: Milano nasconde tanti segreti, preziosi quando si vota
di Carlo Ruta
Sintomatico come altri fatti di questo periodo, l’arresto
dell’architetto palermitano Giuseppe Liga, indicato dai magistrati di
Palermo come erede del boss Lo Piccolo, offre degli spunti per
argomentare sull’evoluzione del fenomeno mafioso. Se a lungo, come
istituzione prima ancora che come organizzazione, la mafia siciliana si è
resa partecipe di un sistema che le ha consentito di porre delle
ipoteche sullo Stato, negli ultimi decenni è divenuta soprattutto una
avvolgente trama di denaro. Ed è il denaro a sollecitare in questi tempi
le condotte e gli stili di vita che stanno portando, nell’epicentro
della holding criminale, al sovvertimento di alcune regole. La società
italiana ha subìto mutamenti importanti, si direbbe di rilievo
antropologico. La civiltà contadina in Sicilia non esiste più, se non
nei musei etnologici e nel ricordo degli anziani. Gli stili di vita a
Palermo e Catania come nei centri minori sono cambiati in profondo. È
quindi nelle cose che tutto questo abbia delle ripercussioni dentro gli
orizzonti di mafia. Ma tale sfondo, pur importante, non spiega del tutto
i nuovi iter del fenomeno.
Malgrado i ritardi accumulati nel business del narcotraffico, che
potrebbero essere comunque eliminati negli anni a venire, il valore
aggiunto della mafia, nei contesti dell’economia legale, non demorde. Lo
si evince in modo coeso dai modi con cui si fa impresa nell’isola, in
taluni settori in particolare, su cui non ci si sofferma perché lo si è
già fatto in altre sedi. È rilevabile altresì in modo induttivo dalla
curva ascendente delle confische avvenute nell’ultimo decennio, mentre
dai rapporti di magistratura e polizia, oltre che da ricerche recenti
condotte da associazioni di categoria, a partire dalla Confesercenti,
emerge che le economie dei siciliani rimangono sostenute in Liguria, in
Lombardia, in Veneto, nel Nord Europa, a dispetto delle congiunture
negative e della stessa crisi globale. Tutto questo richiama i fasti dei
decenni passati che hanno reso la mafia dell’isola una holding
internazionale e, in tema di PIL, una voce economica in ascesa. La
situazione odierna appare comunque quella di un ordine interamente
rovesciato. Il vecchio contratto di servizio che legava gli «uomini
d’onore» a pezzi di Stato è andato sciogliendosi infatti nello scambio
fra economia e politica, più mimetico e avvolgente. Si tratta di
definire allora quale nuovo paradigma può reggere i processi attuali.
È il caso di prendere le mosse da alcuni aspetti del fenomeno che
appaiono in declino. In via generale, è legittimo dubitare sulla
consistenza di alcuni vecchi riti nelle prassi di mafia dell’ultimo
Novecento. Nella pubblicistica sul tema si direbbe che non sia mancata
infatti una certa abitudine a generalizzare dati che appartengono a
situazioni specifiche. Dalle dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia più quotati, da Antonino Giuffrè ad Angelo Siino, da Francesco
Campanella allo stesso Massimo Ciancimino, che pure ricopre un ruolo
diverso, emerge comunque un quadro diverso, pragmatico, legato alla
consistenza degli affari piuttosto che alle «liturgie». In situazioni
come quelle odierne, che sempre meglio si muovono a tempo di Borsa e di
internet, sarebbe d’altronde curioso che le consorterie si attardassero a
tradizioni desuete, risalenti alla mafia ottocentesca dei giardini. Il
passato continua beninteso a fare aggio sul presente, ma,
necessariamente, su un piano diverso: quello dei patrimoni da investire,
che non possono combinarsi bene, oggi, con i santini che bruciano e il
sangue, oltre che con le latitanze lunghe e inevitabili: nelle cantine e
nei tombini, piuttosto che nei classici paradisi. È ancora da definire
quanto il vecchio Bernardo Provenzano sia stato interprete delle nuove
istanze di mafia. Rimane da valutare altresì a fondo i ruoli che sono
andati ricoprendo i più giovani di quello che è stato il gotha della
mafia siciliana. Si conoscono tuttavia alcuni esiti, su cui è il caso di
riflettere.
A partire dal 1994 lo stato maggiore dei corleonesi è stato
falcidiato, con gli arresti di Salvatore Riina, Leoluca Bagarella,
Giovanni Brusca, Pietro Aglieri, Bernardo Provenzano, Salvatore Lo
Piccolo, Giovanni Nicchi. Molto probabilmente, se non si avranno eventi
risolutori di altro tipo, finirà in carcere pure Matteo Messina Denaro,
l’imprendibile Diabolik. È supponibile infine che la medesima sorte
toccherà ad altri esponenti. Si direbbe che occorra fare allora un
ricalcolo, sui modi d’essere della mafia, oggi. Ma per un attimo occorre
indugiare ancora su quel che scompare della «società onorata», con
riferimento a un fatto sintomatico: la determinazione con cui boss noti e
meno noti stanno mandando in crisi il culto dell’analfabetismo. Non si
intende dire dei foglietti dattiloscritti con cui Provenzano comunicava
dal proprio rifugio con affiliati e complici, ma di qualcosa di più
sfuggente. Si è argomentato abbastanza sul fatto che oggi i figli dei
mafiosi usano avviarsi alle libere professioni. E le ragioni di un tale
abitudine, anch’essa sintomatica, non mancano. Ma cosa pensare del fatto
che oggi sono gli stessi capimafia, in cattività, a darsi allo studio?
Le cronache ne danno conto in modo eloquente. Pietro Aglieri e Calogero
Brusca stanno studiando Lettere. Tommaso Spadaro, già re del
contrabbando siciliano, si è appena laureato in Filosofia con una tesi
su Gandhi. Filippo Graviano e Antonio Galliano stanno concludendo gli
studi di Economia e Commercio. Il boss della mafia di Riesi Carlo
Marchese sta studiando Giurisprudenza. Si potrebbe continuare perché i
casi sono tanti. Regge comunque l’ipotesi che anche questo derivi da un
collasso di “valori”.
Fin qui, quel che declina. Si tratta di dire adesso della mafia va
crescendo, che reagisce alla crisi, muovendosi a passo di Borsa. Come si
accennava, la holding criminale si erge su una montagna di soldi che in
buona misura sono stati ereditati dai business del passato, frutto
appunto di accordi con la politica, di egemonie internazionali
conquistate con il fuoco delle lupare e dei kalashnikov. Sono soldi che
contaminano, persuadono, spalancano porte, alimentano i circuiti
dell’arricchimento. In certi frangenti sono penetrati nei salotti della
buona finanza. Verosimilmente, come ha affermato il direttore dell’Unodc
Antonio Maria Costa, riferendosi ai proventi dei narcotici in senso
lato, servono in questi tempi per rinsaldare le difese di gruppi bancari
in crisi. In ogni caso impongono soluzioni inedite, che non possono
essere attinte dalla tradizione della forza. La mafia necessita di
avvocati, commercialisti, consulenti, manager, formatori, agenti,
esperti di finanza. Lo si è detto, ma non basta. Necessita soprattutto,
tanto più in questi tempi, di una progettualità «normale», oltre che di
individui «normali», che non hanno mai sciolto persone nell’acido, che
non hanno commesso delitti efferati né sono braccati dallo Stato; che
sono bensì del tutto integrati nei contesti economici e territoriali,
come sembra essere il caso dell’architetto Liga appunto. E tale
acquisizione, concettuale prima che vissuta realmente, attestata
comunque da fatti, come quello appena citato, potrebbe fare la nuova
antropologia degli «uomini d’onore».
Il caso di Francesco Campanella sembra essere al riguardo
paradigmatico. Il reo confesso di Villabate, come lui stesso racconta,
alla domanda di un magistrato della procura di Palermo se fosse un
mafioso, dopo aver riflettuto un attimo, ha risposto che non poteva
esserlo nel senso tradizionale. Non era stato affiliato in modo rituale.
Non era stato inquadrato in un mandamento. Non doveva rispondere delle
proprie azioni a un capofamiglia. Aggiungeva tuttavia che mafioso lo era
a pieno titolo, e con tale status entrava negli affari comuni,
trovandosi perfettamente integrato nell’orizzonte d’interessi che fa
oggi la mafia. La cosa potrebbe apparire contraddittoria. In realtà
viene a delinearsi, una volta ancora, qualcosa di inedito, che evoca una
sovversione di «valori», uno scarto antropologico, sulle vie, appunto,
di una ricercata normalità. Storicamente, la “società onorata” ha
fondato il proprio potere sulla differenza. Ha rivaleggiato con lo
Stato, insidiandogli il monopolio della forza, rendendosi istituzione e
organizzazione, arrogandosi un ruolo giuridico, che le ha consentito di
fare leggi vincolanti, emettere sentenze, comminare sanzioni. Ponendosi
su un gradino più in alto, il boss ha gettato sul piatto degli affari,
illegali e legali, il peso della propria hìbris guerriera. Ma tutto
questo, fino a che punto può muoversi, nel mondo di oggi, a tempo di
Borsa e di internet? I fatti dimostrano che esistono problemi. E sarebbe
curioso che gli stessi boss, i responsabili di omicidi, i latitanti,
sottoposti ormai da anni a una intensa pressione investigativa da parte
dello Stato, non se ne rendessero conto. Come si diceva, è fin troppo
facile prevedere che Matteo Messina Denaro verrà preso, come lo saranno
altri. È naturale allora che il centro del potere mafioso tenda agli
slittamenti, verosimilmente non in direzione di singole persone, ma di
un soggetto collettivo.
È probabile che la mafia, traendo lezione da quella calabrese, mediti
situazioni meno verticistiche e più circolari, per corazzare, meglio di
quanto abbia fatto in questi difficili decenni, i patrimoni ingenti di
cui è titolare. In ogni caso, il futuro del monstrum criminale va
scindendosi da taluni destini personali. Se si tratta di tracciare
allora un profilo attendibile delle cose odierne, potrebbe essere ancora
paradigmatica la vicenda di Francesco Campanella. Formatosi negli anni
di Totò Cuffaro, il mafioso di Villabate, ha esordito da consulente
finanziario di un gruppo bancario. Ha fatto però presto a inserirsi in
politica, ponendosi nel punto di congiunzione di imprenditoria e poteri
pubblici. Di lì si è portato più in alto. È divenuto amico personale di
Clemente Mastella, che lo ha nominato segretario nazionale dei giovani
dell’Udeur. Si è introdotto negli uffici decisionali dell’Udc siciliano,
che, per consensi elettorali, si pone fra i più importanti del paese.
Ha avuto incarichi di gestione di fondi comunitari sul piano
interregionale. Ha goduto di una forte frequentazione con Cuffaro, che
ha avuto pure come testimone alle nozze. Ha preso parte ad affari
importanti, in Sicilia e in Calabria, garantiti da esponenti nazionali
dell’Udc. Nel medesimo tempo, da uomo di mafia, si è speso per
modernizzare le economie dei boss di area palermitana, in particolare di
Bernardo Provenzano, perché il controllo del territorio potesse essere
portato a un livello inedito, al riparo quindi dall’iniziativa
giudiziaria. In tale quadro, si direbbe «normale», ha promosso infine,
prima di essere arrestato, il progetto integrato di sviluppo denominato
Metropolis Est, con l’adesione e l’impegno finanziario di ben
quattordici comuni del Palermitano.
Ci sono beninteso aspetti ineliminabili, che fanno il fondamento
stesso della holding criminale. Pur motivata a percorrere vie necessarie
alla sopravvivenza, la mafia non può estraniarsi dagli affari illegali,
né liberarsi dalla hìbris guerriera che fa la sua differenza, senza
avviarsi fatalmente all’implosione. Se lo scambio fra clandestino e
legale rimane il dato costitutivo, il rapporto fra i due livelli è però
mutato vistosamente, per certi versi fino all’inversione. E su tale
mutato rapporto si pone il problema. In sostanza, se a lungo gli
impieghi legali della consorteria sono stati il naturale risvolto delle
attività clandestine, negli ultimi anni sta avvenendo qualcosa di
diverso: sono gli affari economici in senso lato, quelli che sostengono
il PIL, a fare aggio sulle attività di ruolo. Non c’è nulla di
definitivo, ovviamente. Rapporti investigativi di questi anni
testimoniano con sufficiente chiarezza che i siciliani stanno facendo il
possibile per attivare i collegamenti fra l’isola e gli Stati Uniti ai
fini di un recupero nel narcotraffico intercontinentale. L’ampiezza
delle risorse che la holding mafiosa ha messo in gioco, su tutti i piani
dell’economia, suggerisce tuttavia che, pure nell’eventualità di una
ripresa egemonica nei traffici clandestini, che non è affatto remota, la
vocazione a una certa normalità, in grado di contaminare e condizionare
meglio l’orizzonte del legale, di tenere aperte quindi delle
prospettive, è improbabile che venga meno.
Fonte: Domani.arcoiris.tv
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