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Trapani: la prima impresa confiscata al boss e rilevata dagli operai PDF Stampa E-mail
Wednesday 16 June 2010
Si sono costituiti in cooperativa e dopo diversi boicottaggi sono riusciti a rimanere sul mercato. E all'interno degli impianti della Calcestruzzi ericina Libera oggi si riciclano gli "sfrabbriciti".  Da presidio del potere mafioso nel campo dell'edilizia, a primo esempio di bene confiscato rilevato dagli stessi lavoratori. La storia della Calcestruzzi ericina Libera, e' tutta racchiusa nel cartello posto all'ingresso dell'impianto: "Insieme si puo'". Una frase che racconta la sfida raccolta dagli stessi operai, il giorno in cui il proprietario dell'impresa, il boss trapanese Vincenzo Virga, e' stato arrestato e l'azienda messa sotto sequestro. Un percorso tutto in salita per mantenere il posto di lavoro e cambiare volto a una realta' simbolo della criminalita' organizzata." Ci siamo costituiti in cooperativa, innanzitutto per la paura di dover restare a casa, ma soprattutto perche' avevamo la consapevolezza che all'interno di quell'azienda ci fosse una parte di noi. Molte persone erano qui gia' dal 1991 con un'altra azienda, prima che questa fosse rilevata dal gruppo Virga. Nel 1996 c'e' stato il sequestro, nel 2000 la confisca definitiva, seguita dalla chiusura dei cancelli.  Per noi e' stato un atto brutale, non sapevamo piu' a chi rivolgerci", racconta Giacomo Messina, presidente della cooperativa. "La vicinanza con Libera ci ha reso piu' responsabili e piano piano grazie anche all'operato degli amministratori giudiziari siamo riusciti a far rinascere quest'impresa".
Ma la scelta degli operai della Calcestruzzi ericina non aveva davanti a se' una strada spianata. Diversi sono stati, infatti, i boicottaggi subiti dalla cooperativa da parte della malavita locale. In particolare nel bimestre febbraio-marzo 2001, nonostante gli sforzi ripetuti, gli amministratori non riuscivano in nessun modo a chiudere i contratti con le imprese.  "Davamo fastidio e per questo non dovevamo lavorare", continua Messina. "Quando l'impresa era ancora sotto sequestro, dal 1996 al 2000, le commesse non mancavano. Ma dopo l'arresto del boss e la confisca definitiva dell'azienda, che diventava cosi' di proprieta' dello Stato, abbiamo avuto un crollo totale delle richieste del 50%. L'intento era chiaro: far morire l'attivita', portarla al fallimento- continua-. La scusa era sempre la solita, che i nostri prezzi erano troppo alti. Ma non ci chiedevano piu' neanche i preventivi. Intanto dal cavalcavia posto sopra i nostri impianti vedevamo passare le betoniere degli altri, cariche di materiale, mentre le nostre restavano ferme per giorni per giorni".  

Solo grazie all'intervento delle associazioni e di alcuni personaggi illuminati la Calcestruzzi ericina e' riuscita a restare sul mercato. Fondamentale da questo punto di vista, l'intervento del prefetto Fulvio Sodano, che in un appello pubblico chiese alle aziende di rivolgersi a questa impresa per acquistare materiale edile: un gesto di civilta', che avrebbe aiutato i lavoratori a salvarsi dalla cassa integrazione. "Per noi fu un atto importante. Voleva dire che lo Stato appoggiava la nostra battaglia", sottolinea il presidente della cooperativa. Di li' a poco il lavoro riprese grazie anche a una grossa fornitura per il porto di Trapani.   Nel 2004, superati i tanti ostacoli, l'azienda e' riuscita definitivamente a cambiare volto. Lo testimoniano oggi i silos ridipinti di verde, simbolo dei materiali puliti e lavorati nel rispetto non solo della legalita', ma anche dell'ambiente. Grazie all'intervento dell'associazione Libera, nomi e numeri contro le mafie e l'Anpar (Associazione nazionale dei produttori agglomerati riciclati) gli impianti sono stati ristrutturati e implementati, e ora al loro interno si riciclano gli "sfrabbriciti", i materiali di scarto delle costruzioni e demolizioni edilizie. Un cambiamento costato circa tre milioni di euro, in parte finanziato attraverso il Por Sicilia, in parte con i contributi di un'altra azienda entrata nella societa'. 
Nonostante questo pero' la cooperativa e' stata costretta ad accendere un mutuo di settecentomila euro per sostenere le spese e gli investimenti. "Oggi l'azienda vive la crisi economica, come tutte le altre imprese del settore. E in piu' ha un mutuo consistente sulle spalle. Ma nell'ultimo periodo su 5 impianti presenti nella zona, 3 sono stati messi sotto sequestro per mafia- conclude Messina. Questo vuol dire che il mercato edilizio e' meno viziato. E che il clima sta finalmente cambiando".

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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 16 June 2010 )
 
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