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di Antonio Mazzeo
Del progetto esecutivo non c’e
ancora l’ombra, i soldi bastano appena per sventrare colline e riempire cave e
discariche con milioni di metri cubi d’inerti, ma sull’affaire del Ponte sullo
Stretto planano come avvoltoi le grandi e piccole università di Calabria e
Sicilia. Dopo aver ignorato per decenni il dibattito sui costi politici,
economici, sociali, ambientali e criminogeni della grande opera, abdicando alle
proprie finalità istituzionali di analisi e ricerca, gli Atenei sgomitano tra
loro per accaparrarsi qualche briciola delle risorse finanziarie pubbliche
impegnate per l’avvio dei lavori del Ponte. Con un comunicato congiunto, le
Università di Enna, Palermo, Reggio Calabria e Catania hanno preannunciato che
«si mobiliteranno insieme per contribuire ad affrontare la grande sfida che
vede protagonisti, non solo ingegneri e architetti, ma studiosi di molteplici
ambiti».
Voci autorevoli rivelano che già
sarebbe stato sottoscritto un contratto di 800 mila euro tra il Consorzio delle
Università siciliane ed Eurolink, l’associazione d’imprese general contractor
per la progettazione e l’esecuzione dei lavori, finalizzato a distribuire
«migliaia di test e misurazioni sui provini di cemento armato tra tutte le
Università siciliane». In perfetta sintonia con l’obiettivo di rafforzare la
fabbrica del consenso implementata da signori e padrini del Ponte, Aurelio
Misiti, portavoce nazionale dell’MPA, ha annunciato la presentazione di alcuni
emendamenti alla manovra economica in discussione al Parlamento, per un totale
di 100 milioni di euro, che prevedono la realizzazione di due grandi laboratori
scientifici situati a Messina e a Reggio.
Il primo, di Scienza e tecnologia
dei nuovi materiali, da affidare a un consorzio delle tre Università siciliane
con la “Sapienza” di Roma e il secondo, di Aerodinamica e aeroelasticità,
destinato a un consorzio delle tre Università calabresi con il Politecnico di
Milano. Insomma, ce ne sarebbe per tutti, anche se ciò allarma classi dirigenti
e accademici dell’area dello Stretto, preoccupati di perdere la leadership su
contributi e commesse. Per spegnere sin dal nascere obiezioni e proteste, la
società concessionaria del Ponte ed Eurolink hanno precisato di essere
intenzionate a stabilire una «collaborazione privilegiata» con i due Atenei di
Messina e Reggio Calabria. E i primi discutibili risultati non mancano. È di
qualche giorno la notizia della firma di un contratto di locazione di un intero
edificio del polo scientifico universitario “Papardo” di Messina, per ospitare
l’head office, ovvero la sede delle direzioni generali della Stretto di Messina
Spa, del general contractor e delle società impegnate nel monitoraggio
ambientale e nel “project management” del Ponte (Fenice Spa e Parsons
Transportation Group).
La struttura che si estende su
un’area complessiva di 4.400 mq, comprende in particolare l’“Incubatore
d’Imprese” finanziato e realizzato con i fondi della legge 208 del 1998
riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree
depresse». Grazie ad una convenzione siglata 7 anni fa dall’allora rettore
Gaetano Silvestri, l’incubatore fu concesso in uso a Sviluppo Italia Sicilia,
ente acquisito recentemente dalla Regione Siciliana che è pure azionista di
minoranza della società concessionaria del Ponte. Secondo il testo della
convenzione, a Sviluppo Italia veniva affidato non solo la gestione, ma anche
il completamento, con fondi dell’ente, del “Parco tecnologico” di contrada
Papardo con l’obiettivo che fosse destinato all’ospitalità di spin-off
industriali derivanti dalla ricerca scientifica. Nei piani di allora, la
contiguità dell’incubatore con le facoltà tecnologiche avrebbe facilitato lo
sviluppo di attività innovative e tecnologicamente avanzate, dotando l’Ateneo
di una struttura unica nel panorama centro-meridionale. Dopo il rinnovo dei
vertici accademici e l’entrata in scena dell’odierno rettore Giuseppe
Tomasello, il progetto fu abbandonato sino a quando, due anni fa, Invitalia Spa,
la nuova Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo
d’impresa, avviò i lavori di restauro e di adeguamento funzionale
dell’infrastruttura.
Secondo quanto annunciato dalla
Stretto di Messina, l’inaugurazione e l’attivazione all’interno del polo
universitario del quartier generale delle società che concorrono alla
realizzazione del Ponte dovrebbe avvenire entro la fine del mese di luglio. A
esprimere un giudizio fortemente critico sull’intera operazione, il professore
Guido Signorino, ordinario di Economia applicata e responsabile della sezione
“Economia” del Centro Studi per l’Area dello Stretto “Fortunata Pellizzeri”.
«L’insediamento del Centro direzionale di Eurolink nel non ancora ultimato
“Incubatore d’Imprese” è una ipotesi a mio avviso bizzarra e non percorribile»,
afferma Signorino, che al tempo curò proprio l’accordo di partnership tra
l’Università di Messina e Sviluppo Italia. «Tale struttura è dedicata alla
nascita di imprese “nuove”, frutto di “spin off” da ricerca. L’incubatore
dovrebbe garantire, in particolare ai giovani, l’offerta di spazi adeguati a
costi contenuti e servizi di supporto, di assistenza consulenziale e di
reperimento di finanza dedicata ed agevolata. Nel caso dell’incubatore di
Messina, esso nasce anche con lo scopo specifico di promuovere e sostenere la
nascita di imprese ad opera dei laureati dell’Università».
Il professore Signorino ricorda
come la permanenza nell’incubatore ha sempre una durata limitata, trascorsa la
quale l’impresa esce dalla struttura per affrontare il mercato con le forze nel
frattempo maturate, rendendo disponibile a nuove attività lo spazio occupato.
«La permanenza nell’incubatore di Messina - spiega l’economista - era definito
nell’accordo di concessione in 36 mesi, eccezionalmente prorogabili fino a 60,
in modo da generare un flusso continuo di imprese nuove e innovative». Il
consorzio Eurolink non presenterebbe invece alcuna caratteristica idonea a
consentirgli di diventare l’ospite-beneficiario della struttura. «Non si tratta
di una impresa “nuova”, risultando dalla costituzione in consorzio
dell’associazione di imprese vincitrice della gara per il general contractor
del Ponte, svoltasi tra il 2005 ed il 2006», aggiunge Signorino. «Sicuramente
il Ponte non è frutto di “progetti di ricerca” dell’Università di Messina, né
il consorzio è costituito da imprenditori giovani e non sufficientemente
attrezzati per affrontare i costi normali della permanenza sul mercato.
In relazione alla durata della
locazione, Eurolink dovrebbe installarsi prima dell’inizio dei lavori, che
avranno una durata minima di sei anni. Occorre dunque pensare ad una permanenza
per lo meno pari ad 80 mesi. Per ciò che riguarda il costo della locazione, non
noto, occorre ricordare che la logica dell’incubatore non è quella della
valorizzazione reddituale degli immobili. Sviluppo Italia è una SpA pubblica
nata per promuovere le imprese, non per incrementare la sua rendita con
l’affitto di locali ottenuti in concessione». L’economista rileva infine che lo
stabile di contrada Papardo è in via di ristrutturazione con un finanziamento
pubblico concesso per lo specifico scopo di realizzarvi l’“incubatore”: «la sua
utilizzazione a beneficio del consorzio Eurolink costituirebbe, a mio avviso,
una distorsione di tali finalità, di cui si gioverebbe un gruppo di imprese già
esistenti e attive sul mercato internazionale». Rilievi pesanti che forse
meriterebbero l’apertura di un fascicolo in Procura per accertare se non siano
stati commessi possibili illeciti con la riconversione dei locali universitari
nel centro strategico dei business men del Ponte. In occasione della riunione
del Senato accademico prevista per il 5 luglio, la Rete No Ponte ha intanto
preannunciato un sit-in di protesta contro ogni forma di sostegno dell’Ateneo
di Messina al devastante progetto di collegamento stabile nello Stretto.
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