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Messina: La grande beffa delI’Incubatore del Ponte |
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Saturday 17 July 2010 |
di Antonio Mazzeo
All’inaugurazione della nuova
sede delle società chiamate a realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina,
mercoledì 14 luglio, ci sarà anche il ministro delle infrastrutture Altero
Matteoli. Il quartier generale di Eurolink (il consorzio general contractor per
la progettazione e i lavori) e dei soggetti impegnati nel monitoraggio
ambientale e nel “project management”, sarà ospitato all’interno del Polo
“Papardo” dell’Università degli Studi di Messina, a pochi chilometri dall’area
dove dovrebbe sorgere uno dei due piloni della mega-opera. I locali sono quelli
dell’Incubatore d’Imprese finanziato con i fondi della legge 208 del 1998
riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree
depresse».
La struttura non è mai entrata in funzione; avrebbe dovuto ospitare,
a regime, sino a 46 aziende di giovani e ricercatori provenienti dall’Ateneo.
In cambio di un canone il cui importo è ancora segreto, Sviluppo Italia
Sicilia, che l’aveva ricevuta in concessione dall’Università, l’ha sub-affittata
a tempo indeterminato alle grandi aziende del Nord che partecipano al
miliardario banchetto del Ponte. Una di esse, Impregilo, capofila della cordata
general contractor, il Polo universitario lo conosce bene, avendo eseguito i
lavori di realizzazione della Facoltà d’Ingegneria, 144 miliardi di vecchie
lire per tre edifici di 35 mila metri quadrati di superficie. La consegna dei
locali del “Papardo” risale al giugno 2004, con un «leggero» ritardo sui tempi
previsti, giustificato dall’allora Preside d’Ingegneria con il «passaggio dalla
Bocoge, la stessa ditta che ha costruito la nuova sede di Lettere
all’Annunziata, alla Impregilo». Valutazione assai discutibile dato che la
società di costruzioni leader in Italia aveva rilevato il 40% del capitale
azionario di Bocoge nell’ottobre del 1997, tre anni prima cioè che l’azienda
ottenesse dall’Ateneo l’appalto per la nuova Facoltà. E nel 2002, sempre
Impregilo, aveva poi acquistato dalla famiglia Bonifati un altro 40% del
capitale “Bocoge”.
Una transazione, quella Università
- Sviluppo Italia – Società Ponte, duramente stigmatizzata da attivisti e
militanti in lotta contro la realizzazione del “Mostro sullo Stretto”. La Rete
No Ponte ha manifestato in occasione dell’ultima riunione del Senato
Accademico, chiedendo inutilmente, tre volte, di potersi sedere con il rettore
e discutere di una scelta che fa dell’Università l’head office di Impregilo
& Partner. La risposta del Senato è giunta poi attraverso una nota
telegrafica. «La concessione dell’immobile a Sviluppo Italia Sicilia – si legge
- è stata deliberata nel 2002 e, sulla scorta di essa, il concessionario può
destinare locali a imprese senza preventive autorizzazioni dell’Università,
com’è avvenuto nel caso specifico». Un’affermazione che non convince per nulla il
professore Guido Signorino, ordinario di Economia applicata nella facoltà di
Scienze Politiche e delegato del rettore per il Liaison Office
Università-impresa al tempo della concessione dell’incubatore a Sviluppo
Italia. «Nel 2002 venne siglata non la concessione, ma il suo precedente
procedurale: un “protocollo di intesa” in base al quale si avviarono i
negoziati per definire i termini con cui si sarebbe costituito l’incubatore
nell’Università», spiega Signorino. «Su questa base Sviluppo Italia mosse i suoi
passi per ottenere dal Ministero delle Attività Produttive il finanziamento
della ristrutturazione dei locali di Papardo. L’atto di concessione venne
sottoscritto invece nel marzo 2004».
L’economista sottolinea poi che
la concessione trasferisce sì la responsabilità di gestione della struttura a
Sviluppo Italia, ma ne vincola la finalità a quella di “incubatore di imprese”,
facendo esplicito riferimento al suo ruolo di «centro di servizi per le imprese
nascenti» e di «accompagnatore al mercato delle imprese incubate da parte del
gestore». «L’utilizzo di spazi per finalità non previste dall’atto ne
rappresenta una violazione», afferma Signorino. «È ovvio che Eurolink e società
collegate non possono essere considerate “imprese nascenti” e non abbisognano di
alcun “accompagnamento al mercato” da chicchessia. Inoltre, la durata
dell’utilizzo dei locali non appare commisurata ai limiti indicati nell’atto di
concessione. La permanenza nell’incubatore era definito in 36 mesi,
eccezionalmente prorogabili fino a 60, in modo da generare un flusso continuo
di imprese nuove e innovative. I lavori per il Ponte avranno invece una durata
minima di sei anni».
Il professore Signorino ricorda
che l’atto di concessione conferiva all’Università l’obbligo di vigilare che la
struttura venisse gestita nel pieno rispetto delle sue finalità. Nel caso in
cui il gestore avesse disposto dell’immobile in maniera non conforme, la
concessione doveva essere revocata. «Si prevedeva inoltre la costituzione di un
“comitato paritetico di indirizzo e di controllo”, composto da un ugual numero
di rappresentanti dell’Università e di Sviluppo Italia. Il comitato avrebbe
dovuto fornire indicazioni sulle attività produttive da privilegiare nell’uso
della struttura ed esprimere pareri sulle imprese da insediarvi. Non è quindi
corretto lasciare intendere che l’Università non abbia strumenti di indirizzo
gestionale e che l’assegnazione degli spazi abbia luogo senza un suo preventivo
controllo. Resta da capire se il “comitato paritetico” sia o meno stato insediato.
Ne dubito, visto che l’incubatore non è ancora completato. Ma ciò non
giustifica che, prima ancora che esso sia consegnato e che gli organi previsti
per la sua gestione siano istituiti, ne vengano decise utilizzazioni che
derogano alle finalità ed ai vincoli istituzionali».
Signorino non ritiene credibile
che la locazione dell’incubatore sia stata fatta in totale autonomia da
Sviluppo Italia e che l’Università di Messina è stata solamente informata a
cose fatte. «Si direbbe quasi il contrario, ossia che l'Università abbia deciso
di caldeggiare questa assegnazione, facendo pressioni su Sviluppo Italia perchè
ciò avvenisse», dichiara il docente. Un pressing a tutto campo confermato
direttamente dall’agenzia di sviluppo. Sentiti il 25 giugno dal settimanale
Centonove, i responsabili di Sviluppo Italia hanno dichiarato che «è stato il
massimo rappresentante dell’ateneo a chiedere con lettera di mettere a
disposizione di Eurolink e delle altre società l’edificio».
Dubbi e perplessità non
risparmiano comunque la S.p .A. pubblica nata per promuovere le imprese e non
certo per incrementare le sue rendite con l’affitto di locali ottenuti in
concessione. Il capitale sociale di Sviluppo Italia Sicilia (6.816.066,92
euro), è controllato al 100% dalla Regione Siciliana che, a sua volta, è pure
azionista di minoranza della Stretto di Messina S.p.A, la società
concessionaria pubblica che ha assegnato ad Eurolink la progettazione,
realizzazione e gestione post-opera del Ponte tra Scilla e Cariddi. «Con la
stipula di un contratto di locazione degli immobili di contrada Papardo,
Sviluppo Italia Sicilia, cioè la Regione , si trova a dover esercitare il
proprio controllo sulle attività attribuite ad Eurolink, mentre
contemporaneamente riceve dalla stessa associazione temporanea d’imprese, i
canoni mensili per l’affitto del core business del Ponte sullo Stretto»,
denuncia Luigi Sturniolo, rappresentante della Rete No Ponte di Messina. «Siamo
di fronte ad una doppia speculazione a danno delle strutture pubbliche: da un
lato, la “rendita” che Sviluppo Italia si assicura dagli affitti e, dall’altro,
il privilegio offerto al general contractor di poter insediare il suo centro direzionale a prezzi fuori
mercato. Questo è il corollario del Ponte: operazioni basate sulla sottrazione
di spazi pubblici, sulla negazione di vere prospettive occupazionali alle
giovani generazioni in nome dei profitti e degli interessi privati».
A provare come la riconversione
dell’incubatore universitario in officina generale dei Padrini del Ponte è l’ultima
grande beffa a danno delle popolazioni locali, un articolato documento della
Rete No Ponte. «Secondo la definizione formulata dalla National Business
Incubators Association (NBIA), un “Incubatore” è uno “strumento di sviluppo
economico progettato allo scopo di accelerare la crescita ed il successo di
iniziative imprenditoriali mediante un insieme strutturato di risorse e
servizi», scrivono i ricercatori della Rete. «La finalità di un incubatore è
dunque “quello di generare aziende di successo, in grado di uscire dal
programma di supporto avendo raggiunto autonomia e solidità finanziaria”. Tra
gli obiettivi strategici, la creazione di posti di lavoro; il sostegno
all’economia locale; il trasferimento tecnologico e la valorizzazione dei
risultati della ricerca; la rivitalizzazione di aree depresse; la
diversificazione produttiva; la promozione di specifici settori industriali e
di specifici gruppi sociali. Nulla di questo ha a che fare con la costruzione
del Ponte».
La Rete ricorda che gli
incubatori sorti in ambito accademico dovrebbero rispondere all’esigenza delle
Università «d’intensificare il trasferimento tecnologico e le relazioni
industriali, favorendo i propri studenti, ricercatori, docenti e laboratori di ricerca,
sviluppando la collaborazione con le aziende e partecipando attivamente allo
sviluppo locale». Nello specifico dell’incubatore dell’Università di Messina,
le finalità dichiarate nella concessione puntavano al «rinvigorimento
dell’economia locale» e all’«offerta di spazi ai giovani per esprimere la
propria capacità d'impresa in una città poco competitiva». «L’incubatore di
contrada Papardo – ricorda la Rete No Ponte - doveva essere destinato
all’ospitalità, con durata limitata, di spin-off industriali derivanti dalla
ricerca scientifica. Il consorzio Eurolink non presenta invece alcuna
caratteristica idonea a consentirgli di diventare l’ospite-beneficiario della
struttura. Non è una impresa “nuova”, risultando dalla costituzione in
consorzio dell’associazione di imprese vincitrice della gara per il general
contractor del Ponte, svoltasi tra il 2005 ed il 2006. Nessuna delle società di
costruzioni che compongono l’ATI ha sedi o filiali nell’area dello Stretto
(alcune sono, anzi, straniere) e sono tutte di antica formazione e nella
titolarità di corporation e gruppi azionari di rilevanza nazionale (famiglie
Benetton, Gavio e Ligresti per Impregilo)».
Quanto sia costato allo Stato
l’“Incubatore del Ponte” è un mistero. Nel 2002 l’Università di Messina presentò
un piano finanziario per 4 milioni di euro, ma ad oggi non è stato specificato
il reale ammontare dei fondi ottenuti per l’implementazione della struttura.
Cifre discordanti persino sull’estensione dell’area ad essa destinata. Nei
documenti si fa riferimento una volta ad un «complesso» di 4.400 metri quadrati
, un’altra volta a 4.355, una terza a “soli” 3.500. Comunque sia, le aziende
del Ponte non potevano trovare di meglio. Tra qualche giorno il taglio del
nastro e l’insediamento. Per presentare il progetto definitivo e iniziare i
lavori avranno ancora tutto il tempo che vogliono.
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