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Stidda la Quinta Mafia, ovvero la storia dei bambini che hanno dichiarato guerra a Cosa Nostra PDF Stampa E-mail
Thursday 26 February 2009
di Giuseppe Bascietto
Questa è una storia di mafia. Ma non la solita storia che crediamo di aver sentito mille volte. Questa è una storia di mafia molto particolare. È la storia di alcuni bambini che vengono addestrati per uccidere senza pietà e di vecchi capimafia di Cosa Nostra che muoiono ammazzati per mano di quei bambini. È più di un film, perché quello che accade qui dentro è molto di più, la narrativa e la letteratura non bastano. Questa è una storia vera di riti, di giuramenti, di santini bruciati tra le mani e di vite di adolescenti spezzate. Ma anche una storia di bombe, di stragi e di morti. È la storia di quando una mafia nuova e vincente, la Stidda, la Stella, dichiara guerra all’altra mafia, quella più vecchia: Cosa Nostra.
E riesce, almeno in un primo momento, a sconfiggerla e a metterla in crisi. La nostra storia di mafia comincia all’inizio degli anni ottanta, quando la battaglia per l’egemonia dentro Cosa Nostra viene vinta da un gruppo che ha annientato nel sangue tutti gli avversari. La serie impressionante di omicidi sarà ricordata come “la mattanza”. Più di mille morti ammazzati in meno di cinque anni. Dagli altri mafiosi gli uomini del gruppo vincente vengono chiamati “i viddani”, i villani, i contadini, perché vengono da un paese dell’interno: Corleone. I corleonesi sono spietati e feroci, ma il loro capo è il più feroce e spietato di tutti: si chiama Salvatore Riina, detto Totò, “u’curtu”. Totò Riina regge Cosa Nostra insieme a Bernardo Provenzano, detto “Binnu u’tratturi” e a Leoluca Bagarella. Con lui l’organizzazione diventa sempre più potente, segreta e spietata. E ricca. Oltre al traffico internazionale della droga e al controllo delle attività illegali ci sono anche le tangenti sugli appalti. Una percentuale fissa, una tassa, che si chiama appunto tassa Riina. Comincia così la dittatura dei corleonesi. E gli effetti sono immediati. Vengono sconvolti gli equilibri e i rapporti di forza all’interno di Cosa Nostra. Saltano tutte le regole che in passato avevano attutito e armonizzato i conflitti. Vengono meno i principali fattori di coesione associativa e le carriere, rispetto al passato dove erano necessari decenni per conquistare un ruolo di prestigio, subiscono un’impennata eccezionale. Ci si trova di fronte ad una riduzione della capacità di mediazione dei vertici mafiosi, perché le armi e la droga si spostano e possono essere acquistate e rivendute da chi ha maggiori risorse e maggiore mobilità. Il ricorso all’omicidio, così, diventa prassi quotidiana. L’affermazione dei corleonesi, quindi, è il frutto di una prevaricazione strategica. Sono gli anni in cui Cosa Nostra è sicura di avere il controllo capillare del territorio. Controllo che la porta a privilegiare lo sviluppo delle attività illecite anche fuori dalla Sicilia. Ma Totò Riina, il capo dei corleonesi, ha stravolto le regole codificate di Cosa nostra, formando una specie di partito trasversale all'interno delle varie famiglie. “Suoi uomini”, soprannominati gli «ambasciatori» dei corleonesi, spiega Leonardo Messina, grande capo di Cosa Nostra e oggi collaboratore di giustizia, “agiscono all'interno delle singole organizzazioni territoriali rispondendo direttamente per gli affari e le trame più importanti a Riina, che nel breve periodo si è rafforzato enormemente, ma ha avviato un processo di disgregazione dell’organizzazione sinora monolitica”. Nascono i primi dissapori e cominciano i primi scontri. Inoltre la rigidità delle strutture gerarchiche, in cui i rapporti sono fissati e personalizzati, crea un forte ostacolo alla capacità della mafia tradizionale di governare i necessari processi di cambiamento. In altre parole all’orizzonte cominciano a venir fuori i ventenni e i trentenni che vogliono fare il salto di qualità, trattare alla pari con Cosa Nostra e dove è possibile, annientarla. Nasce la Stidda.

2) I giovani ribelli.

Siamo alla fine del 1985. Nella fascia meridionale della Sicilia, in particolare nella provincia di Agrigento, ed in perfetta sintonia con la crisi che stava attraversando Cosa Nostra, alcuni giovani che non vogliono più prendere ordini da nessuno decidono che è arrivato il momento di dare vita ad un'organizzazione criminale speculare e contrapposta alla mafia tradizionale: la Stidda. Fondata da Giuseppe Croce Benvenuto e Salvatore Calafato, quando ancora non avevano neanche 20 anni, ben presto si sarebbe imposta come la quinta mafia. Croce Benvenuto e Calafato sono due criminali di Palma di Montechiaro entrati in contrasto con Cosa Nostra e diventati all'inizio degli anni novanta collaboratori di giustizia. Le loro dichiarazioni hanno permesso agli investigatori di capire come la Stidda si sia sviluppata e radicata nel territorio, riuscendo a diventare una delle organizzazioni più feroci e sanguinarie della Sicilia. Il processo evolutivo della Stidda, comunque, non si differenzia per nulla dai processi evolutivi di una qualsiasi organizzazione criminale. All’inizio non si parlava di Stidda o stiddari, ma di famiglia o paracco. “E questa incertezza nella scelta del nome ha portato gli investigatori, la stampa e la fantasia popolare”, ci spiega Corrado Stajano, autore del libro Mafia: l’atto d’accusa dei giudici di Palermo, “ad attribuirgli denominazioni assai disparate. A seconda dei soprannomi dei capi, dei nomi dei quartieri e dei paesi in cui risultavano attivi, gruppi criminali assai differenti iniziarono a popolare lo scenario siciliano: ‘cursoti’, ‘carrapipani’, ‘cudi stritti’, ‘cudi ciatti’, ‘malpassoti’, ‘batanisi’, ‘carusi’, ‘cunigghiari’, ‘carcagnusi’, lentichieddi’, ‘cosche dei pastori’, ‘stiddari’”. Queste aggregazioni compongono un quadro complessivo in continua evoluzione fatto di mutevoli alleanze, frequenti scissioni, violenti conflitti, accordi di pace instabili, gruppi nascenti e gruppi in estinzione. Ma qual è l’obbiettivo di questa nuova mafia? Garantire ad ognuno una copertura ed una protezione in caso di soprusi o litigi con persone esterne alla "famiglia". I soci di questa holding criminale, caratterizzata da un forte tasso di innovazione, da una rapidissima selezione per meriti e capace di business ad alto valore aggiunto, sono persone sia giovanissime che anziane; molto spesso si tratta di persone fuoriuscite da Cosa Nostra o tenute ai margini senza nessun incarico particolare. Ci troviamo di fronte ad una vera e propria organizzazione parallela alle famiglie mafiose tradizionali, che in questa fase riesce a mantenere una posizione neutrale, di non conflittualità.  Come Cosa Nostra, cerca di stabilire delle precise regole non scritte che riguardano i rapporti interni ed esterni. Si passa, così, dal divieto di litigare al divieto di danneggiare o di commettere reati nei confronti di persone che fanno parte dello stesso gruppo criminale, al generico impegno di assistenza e difesa di ogni membro nei confronti di persone esterne. E comunque “nessuno poteva commettere furti o rapine, senza l’autorizzazione del capo famiglia, che veniva regolarmente eletto dai membri che componevano il paracco”, afferma Croce Benvenuto. “Il paracco, inoltre, serviva a garantire quel minimo di assistenza, di difesa e di aiuto, in caso di arresto o difficoltà economiche”. Non erano contemplate le estorsioni perchè l'eventuale intromissione in questo campo avrebbe potuto disturbare le famiglie di Cosa Nostra e scatenare una guerra contro un'organizzazione, che ancora in quegli anni, era temuta e potente. Lo scontro, comunque, era nei fatti e presto sarebbe diventato inevitabile. Così in questa fase che possiamo definire embrionale, ci troviamo di fronte ad una organizzazione piuttosto fluida, caratterizzata dall'assenza di una struttura gerarchica, che ha portato l'associazione a sciogliersi in più riprese, consentendo l'inserimento anche di altri personaggi. Altrettanto spietati e feroci. Con la voglia di farla finita con la vecchia mafia che comandava su tutto e tutti.

3)La Stidda cambia pelle

Alla fine del 1986, quindi, assistiamo ad un cambiamento radicale del gruppo, che non vuole più essere tenuto fuori dal grande sviluppo criminale che attraversa la Sicilia sin dall'inizio degli anni ottanta. Insomma la Stidda inizia a darsi un nome, una struttura e comincia a mutuare regole e comportamenti del tutto simili a Cosa Nostra. Oltre a Giuseppe Croce Benvenuto e Salvatore Calafato, altri collaboratori di giustizia del calibro di Francesco Marino Mannoia e Antonino Calderone danno notizie sull'origine, la consistenza, la composizione, le finalità dei gruppi criminali stiddari e sui loro rapporti con i gruppi che si trovano in province e comuni diversi. Ma ad accendere i riflettori sulla Stidda è Leonardo Messina, uno dei più importanti pentiti di Cosa Nostra. Già nel 1992 Messina avvertiva che “in provincia di Agrigento sono particolarmente potenti gli stiddari. Si tratta di cosche perfettamente speculari a Cosa Nostra, della quale osservano tutte le regole, ma non ne riconoscono i capi; né quelli provinciali; né quelli regionali”. Queste dichiarazioni sono particolarmente significative perché Messina, rispetto ad altri pentiti di Cosa Nostra, possiede una peculiarità: considera con particolare attenzione l'universo delle associazioni esterne a Cosa Nostra. E’ libero, quindi, da quella deformazione che caratterizza altri collaboratori, i quali amano porre Cosa Nostra al centro di ogni fenomeno, minimizzando il ruolo delle altre organizzazioni mafiose. Leonardo Messina, inoltre, non era un semplice manovale del crimine, ma un dirigente di holding criminosa. Per questo non ha conoscenze approssimative e indirette, ma ha una padronanza di frequentazione con l'universo mafioso, spiegabile col fatto che già suo nonno era rappresentante provinciale di Cosa Nostra. “La Stidda, in sostanza”, dice Messina, “è formata da gruppi di criminali entrati in conflitto con Cosa Nostra, tanto da rifiutare le figure carismatiche dei capi”. La sensazione che stesse accadendo qualcosa di nuovo nel panorama criminale siciliano era diffusa tra le forze dell'ordine e la magistratura a cavallo tra la seconda metà degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta. Lo stesso Paolo Borsellino, durante il periodo che non lavorò a Palermo, si rese conto dell'importanza di cosche emergenti che non appartenevano a Cosa Nostra e che operavano in vari paesi tra i quali si segnalava Palma Di Montechiaro. Ma perchè questa nuova organizzazione criminale si chiama Stidda? Una tesi minore lega l'origine del nome alla patrona del comune di Barrafranca in provincia di Enna, la Madonna della stella. Si viene a conoscenza di questo particolare grazie alle dichiarazioni di Antonino Calderone, il quale parla degli "stiddari" come di "famiglia non riconosciuta", e ne individua l'insediamento nel comune di Barrafranca. Ancora. Con il termine Stidda nel gergo in uso a Cosa Nostra, si intendono una serie di gruppi che costituiscono una costellazione, cioè di gruppi che ruotano attorno alla mafia tradizionale in modo tale da formare una stella. “Ma la tesi prevalente”, spiega Giovanni Colussi di Nomos, il centro studi sulla legalità del Gruppo Abele di Don Ciotti, “è quella che lega l'origine del nome ad una sorta di tatuaggio, cinque punti segnati con l'inchiostro tra il pollice e l'indice della mano destra a formare una minuscola stella, un segno portato dagli affiliati come forma di riconoscimento. In realtà non sono molti gli stiddari che esibiscono veramente questo marchio di appartenenza. Si tratta probabilmente di una forma rituale di affiliazione che appartiene al periodo iniziale dell'organizzazione. L'origine del marchio è legata all'ambiente carcerario; esiste, infatti, nelle prigioni una tradizione che favorisce la nascita di "società di malavita" con la formula organizzativa delle società segrete con marchi e giuramenti. Questa tradizione, presente nelle carceri da prima dell'unità d'Italia, è mantenuta ancora oggi a causa della grande importanza nel panorama criminale italiano delle associazioni mafiose; tutte le organizzazioni criminali che utilizzano il metodo mafioso, da Cosa Nostra siciliana alla Sacra Corona Unita pugliese utilizzano i riti e i giuramenti”. La Stidda, almeno all'atto della sua fondazione, non fa eccezione a questa regola.

4) La Stidda: fra tradizione e innovazione 

Gioacchino Croce Benvenuto, descrive con estrema precisione le modalità con le quali viene effettuato il giuramento per entrare a far parte della Stidda:  "Tutti i presenti vengono chiamati a prestare giuramento con una formula nella quale si parla di sangue che scorre e si mescola tra i componenti; il rito viene concluso con un’immagine sacra della Madonna sulla quale ognuno dei presenti fa gocciolare un po' del proprio sangue”.  Sangue che i futuri stiddari si procurano con una leggera ferita sulla faccia posteriore del polpaccio. “Mi sono procurato il taglio con un coltello da tavola seghettato”, ricorda Croce Benvenuto. La santina, alla fine del rito di iniziazione,viene bruciata al centro del tavolo in un posacenere".  Di questo rituale troviamo traccia solo nella fase iniziale dell'organizzazione, poi niente più. Solo un generico impegno al rispetto delle regole che vengono illustrate dal "capo famiglia".  Sui riti di iniziazione delle associazioni criminali mafiose, comunque, ci sono diverse versioni e racconti che li descrivono. E numerose sono le varianti: il dito è solitamente l'indice destro, ma anche il pollice, il medio, il labbro inferiore, nel caso della Stidda la faccia posteriore del polpaccio, sono menzionati in alternativa; l'ago può essere sostituito da un coltello, come nel giuramento della Stidda, o da una spina d'arancio amaro; l'immagine del santo può essere sostituita dal disegno di un teschio e in un'altra da un pezzetto di carta qualunque; in un caso il giuramento non è prestato mentre brucia il cartoncino ma dopo, tenendone in mano le ceneri.  Un'ampia documentazione fa pensare che il rito di iniziazione non sia un'invenzione ad esclusivo vantaggio di creduloni, ma è caratterizzato da una serie di norme regolari, che segnano la distinzione tra membri e non membri di un'associazione criminale. “Inoltre il rito di iniziazione possiede una concentrazione di forza evocativa”, scrive Diego Gambetta, sociologo e autore del libro La mafia siciliana, “tipica dei rituali presenti nelle culture orali. Tutto converge verso il sangue che zampilla sul santino o sul cartoncino poi dato alle fiamme; i due simboli originari diventano indistinguibili, sono la stessa cosa". Questi elementi sono associati in tutte le descrizioni e rappresentano la configurazione simbolica stabile del rituale. Ma perchè dei delinquenti astuti e violenti si sottopongono o dovrebbero sottoporsi ad un rito che qualsiasi persona razionale troverebbe ridicolo? “Una risposta potrebbe scaturire dal fatto che le associazioni criminali sono percorse incessantemente da incertezza, sfiducia, sospetto, ansietà paranoica, fraintendimenti”, continua Gambetta. Chi è più forte? Chi sarà il successore? Le ambiguità sono all'ordine del giorno. Leggendo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, diventa chiaro che ogni frase pronunciata da mafiosi è vagliata minuziosamente dagli altri mafiosi, per i doppi sensi che può contenere o per la trappola che si teme nasconda. Inoltre se qualcuno ha commesso un omicidio a tradimento almeno una volta, e nella mafia la maggior parte degli assassini avvengono in questo modo, la possibilità di subire lo stesso trattamento assume un'importanza preminente. Il rituale, quindi, da solo concede un effimera certezza. E' privo di ambiguità, un atto che non può essere negato o distorto dai suoi partecipanti. Il rituale solleva una sottile cortina che protegge dalle ambiguità e dai doppi sensi: circoscrive quelli che possono proteggere rendendoli identificabili tra di loro e conferisce autenticità in un mondo che altrimenti la insidia inesorabilmente. Insomma la similarità, la somiglianza, l'appropriazione e la manipolazione di una degna tradizione sono serviti, in un primo momento, alla Stidda per elevare il proprio status agli occhi degli altri e per rafforzare la coesione interna.

5)L’assalto a Cosa Nostra

Ma chi sono gli stiddari ? Come nascono? Siamo in presenza di un’organizzazione criminale eterogenea che non ha niente a che fare con gli autentici uomini d'onore. Sono gruppi di rapinatori, drogati, scippatori, che si aggregano attorno a ex uomini d'onore, posati o fuori confidenza, per adoperare la terminologia di Cosa Nostra. Un esempio per tutti: a Canicattì, Giovanni Avarello è stato uno degli stiddari più pericolosi. Era un drogato, e proprio sotto l'effetto della droga diventava un killer spietato e sanguinario. Un simile comportamento per Cosa Nostra è inammissibile. Il pentito Leonardo Messina ci dice: «Nessuno di noi può permettersi il lusso di assuefarsi a sostanze stupefacenti. L'uomo d'onore è uomo d'onore 24 ore su 24. Non può non rispondere, ad esempio, ad una chiamata che gli viene fatta alle tre di notte, non può non farsi trovare lucido quando arriva l'ordine di andare ad ammazzare qualcuno”. Questi no, questi sono ex ragazzotti, ex delinquentelli, che sono cresciuti e vanno indirizzando la loro azione criminale verso obbiettivi sempre più precisi. Viene così a delinearsi il quadro di una realtà criminale, la Stidda, formata nella maggior parte dei casi da uomini d'onore fuoriusciti dalla famiglia o "posati o fuori confidenza", e che raccoglie attorno a se gruppi di criminali che fino ad allora venivano tenuti ai margini da Cosa Nostra. In realtà la stidda non fa altro che appropriarsi dei metodi utilizzati dai mafiosi, alzando il peso della presenza criminale nei luoghi dove era già presente Cosa Nostra e colonizzando nuovi territori. I diversi gruppi della Stidda si muovono in piena autonomia racconta Bruno Carbonaro, uno dei tre fratelli che ha guidato la Stidda a Vittoria in provincia di Ragusa, oggi collaboratore di giustizia: “Ogni comune siculo ha una propria organizzazione mafiosa: a Niscemi, Palma di Montechiaro, Racalmuto, Canicatti, Agrigento eravamo presenti, ma non c'è collegamento, né collaborazione, l'unico contatto è rappresentato dalla esecuzione di omicidi: in fondo siamo molto più democratici di Cosa Nostra”.  La struttura organizzativa della Stidda è molto più debole di quella di Cosa Nostra. Il fatto di non avere una struttura unitaria comune le impedisce di competere sul mercato del grande crimine internazionale e non le permette di trattare con centri di potere politico o economico che vadano oltre la realtà locale. Così, ad esempio, gli stiddari di Gela, Niscemi e Vittoria vanno ad acquistare le armi e la droga a Milano, a 1600 km di distanza; e questo perché la droga e le armi vendute in Sicilia costano di più e chi le vende è solo Cosa Nostra, mentre al nord il mercato è più variegato e i prezzi sono migliori. Sul piano organizzativo la Stidda paga il fatto di avere, tra i suoi componenti, molti criminali comuni; tra gli stiddari il numero dei pentiti è sicuramente più alto che in Cosa Nostra. Se da un lato la struttura più fluida di questo gruppo criminale rispetto a Cosa Nostra consente di operare in campi non occupati dalla mafia tradizionale, come la prostituzione, dall’altro nei momenti di crisi il gruppo si sfalda con più facilità. Inoltre gli stiddari si sono dimostrati meno raffinati di Cosa Nostra nelle strategie criminali. Non è mancata una certa passione per le azioni eclatanti più vicina alle imprese dei gangster che alla tradizione della mafia: la dinamica della strage di Porto Empedocle del luglio 1990 lo dimostra. Quel giorno un gruppo di fuoco della Stidda, incaricato di eliminare un esponente di Cosa Nostra, non esita a sparare in mezzo alla strada su tutto il gruppo che accompagnava la vittima, provocando così una situazione di panico generale con decine di persone che scappano da tutte le parti e con il risultato di assassinare, oltre al boss mafioso, altre due persone e di ferirne tre. Del resto i rapporti tra Cosa Nostra e Stidda non sono mai stati buoni. E inoltre la progressiva crescita della capacità militare della Stidda, così come la capillare diffusione nel territorio, hanno prodotto un capovolgimento dei tradizionali rapporti di forza, incidendo sui nuclei di potere che fino ad allora, erano di esclusivo dominio della mafia tradizionale. Ben presto Cosa Nostra si sarebbe scontrata con le mire espansionistiche della Stidda che era capace di esprimere una illimitata capacità omicida, attraverso l'uso spregiudicato della violenza. La stidda, quindi, si ribella alle ferree regole imposte da Cosa Nostra. La guerra scoppia violenta intorno alla seconda metà degli anni ottanta. Questo non deve sorprendere dato che si tratta di due organizzazioni mafiose contrapposte che lottano entrambe per il controllo del territorio.  La rivolta è segnata dalla sistematica eliminazione fisica dei capimafia, e dalla sempre più penetrante presa di potere da parte degli stiddari. Cosa Nostra è stata oggetto di una vera e propria strategia di sterminio da parte della Stidda che con ferocia e determinazione, ha deciso di sostituirsi alla mafia tradizionale nella gestione delle attività illecite, colpendo con cieca furia criminale i loro esponenti che stentavano addirittura ad orientarsi sulla provenienza dell'attacco. Destò sensazione infatti, fra l'88 e il 92, il sistema usato dagli emergenti giovani stiddari per decapitare i vecchi capimafia oramai ultra sessantenni. E' significativo il racconto che Enrico Deaglio ci consegna in "Raccolto Rosso", il suo libro sulla mafia: "... sono trentadue delitti avvenuti in provincia di Agrigento tra l'88 e il 92. I soliti paesi Palma di Montechiaro, Siculiana, Ribera, Racalmuto, Canicatti. Ma c'è una particolarità nell'elenco. Gli assassinati hanno tutti più di sessant'anni. Molti sono sopra i settanta. Vecchi boss di paese, ammazzati uno dopo l'altro quando non se l'aspettavano più. Passaggio di consegne, giovani che vogliono emergere e che trovano ostacolo nei vecchi. Questa è la Stidda. Gente che si è stufata di sentirsi dire quello che può fare e quello che non può fare". 

6)Killer a 15 anni 

“Entrai nel clan a 15 anni, quando ho commesso il primo omicidio”, ricorda Orazio Vella, uno dei protagonisti della strage di Gela del 27 novembre 1990. “Prima il nostro capo era Aurelio Cavallo, poi subentrò Paolello, che mi disse di andare con Avarello, a Canicatti, per il quale dovevamo fare un omicidio a Campobello di Licata. Con Avarello rimasi tre mesi, alloggiavamo alle Dune, vicino Porto Empedocle, e a San Leone. Lui decideva chi doveva uccidere, non chiedeva il permesso a nessuno. Per Avarello a Porto Empedocle ho fatto due omicidi”. Sono loro, i baby killer, i protagonisti indiscussi della guerra di mafia che insanguina la fascia meridionale dell'isola nella seconda metà degli anni ottanta. La strategia del gruppo è semplice: arruolare ragazzi di dieci-undici anni per addestrarli a diventare killer spietati e feroci. Una vera e propria scuola, alternativa a quella pubblica, con regole severissime e con tanto di professori al seguito capaci di spiegare ai bambini come impugnare, utilizzare, montare e smontare una pistola, un fucile o un mitra. Il passo successivo sono le prove di coraggio. I bambini devono dimostrare ai loro insegnanti di essere delle perfette macchine per uccidere. Marco Iannì, diventato killer quando non aveva ancora 15 anni, ricorda così uno dei suoi primi omicidi, quello di Salvatore Tumeo, assassinato in un ovile nel 1992, per aver ferito, con una coltellata ad una mano, la moglie di un boss della stidda, in quel momento reggente della cosca per la latitanza del marito: “Aurelio Cavallo - ha detto Iannì - gli passò il cappio attorno al collo e poi, siccome l'altezza non era sufficente, io, lo stesso Cavallo e Aurelio Riggio ci siamo messi a tirarlo verso il basso”. Ancora Ianni: “Lo lasciammo appeso per un quarto d'ora, poi io e Vincenzo Spina gli piantammo un chiodo ciascuno in testa”. Questi sono, ancora oggi, i comportamenti, le modalità e le regole che i bambini devono seguire. La disobbedienza comporta un avviso, ma se il ragazzo continua a sbagliare viene ammazzato. Magari da un suo stesso compagno. Ma non tutti i gruppi della Stidda sono così tolleranti verso chi sbaglia. Per esempio Bruno Carbonaro della Stidda di Vittoria in provincia di Ragusa dichiara:"se qualcuno non rispettava le regole veniva ammazzato". L’omicidio diventa, quindi, l'unica punizione possibile. Comunque quella di affidarsi a ragazzini per eseguire gli omicidi è una strategia ricorrente nella stidda, che ha una sua logica. Dichiara Simone Iannì, stiddaro di Gela sin dall’età di 13 anni e killer a 15: “si arruolavano bambini per non destare sospetti nelle vittime designate. Non potevano certo pensare che un ragazzino come me potesse tirare fuori una pistola e uccidere”. Infatti chi poteva immaginare tra, le file di Cosa Nostra, che fossero dei ragazzini a compiere delle esecuzioni così feroci. E questo nel nome di un organizzazione, la Stidda, comunque criminale, che si professa meno legata alla politica, più rapida nell'eliminazione fisica dell'avversario e più spettacolare nelle azioni criminose. 

7)La sconfitta

Cosa Nostra non riesce a capire da dove provengano gli attacchi, è impotente di fronte a questi colpi che la stanno indebolendo notevolmente, entra in crisi. “Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un totale ribaltamento dei rapporti di forza”, dice Teresa Principato, magistrato antimafia che ha condotto diverse operazioni contro la Stidda. “Con le nostre indagini ci siamo occupati di una larga fascia di territorio: Camastra, Palma di Montechiaro, Canicatti, Racalmuto, Ravanusa, Campobello di Licata, Porto Empedocle che una volta erano di assoluto predominio di Cosa Nostra. In alcune di queste zone i rapporti si sono letteralmente rovesciati ad assoluto favore degli stiddari. A Palma di Montechiaro Cosa Nostra è stata esautorata: gli Allegro e i Ribisi sono stati sterminati. I pochi sopravvissuti o sono in carcere o sono latitanti. A Porto Empedocle, Cosa Nostra ormai è stata costretta a chiedere la pace dopo avere subito una lunga serie di omicidi che avevano devastato le sue fila. A Canicatti, è passata alla clandestinità”. E questo è un fenomeno che caratterizza tutte le zone in cui la stidda ha preso il sopravvento. C'è proprio l'ordine di mantenere segreti i nomi dei nuovi affiliati, nel tentativo di resistere all'ondata dei collaboratori che proprio fra gli stiddari ha avuto un impulso enorme. Dunque, gli uomini d'onore tradizionali si ritrovano a essere latitanti per lo stato e fuggiaschi rispetto alla stidda. E in altre province come quella di Ragusa, che non era zona tradizionale di mafia, la Stidda è riuscita ad insediare un gruppo stabile, duraturo e criminalmente efficiente che ha dimostrato la sua autonomia rispetto a Cosa Nostra. “Eravamo individui in urto o fuoriusciti da Cosa Nostra, ci siamo uniti nella lotta contro il clan Madonia di Gela che è collegato con la cupola di Nitto Santapaola e di Totò Riina”, dice uno dei fratelli Carbonaro ad un processo contro la stidda di Vittoria.  Si tratta di una vera e propria guerra di successione, di un ricambio generazionale, che vede la Stidda succedere a Cosa Nostra, dato che la tradizionale mafia siciliana ha tardato a rinnovarsi. Giuseppe Croce benvenuto parla addirittura di una volontà da parte degli stiddari di entrare in Cosa Nostra da una posizione di forza: “lo scopo era di eliminare tutti i componenti di Cosa Nostra e prendere il paese in mano per rappresentare Cosa Nostra e non la Stidda”. La guerra tra Cosa Nostra e Stidda è stata decisamente feroce e sanguinaria, in meno di cinque anni ha lasciato sul terreno, solo tra Agrigento, Riesi, Mazzarino, Gela, Niscemi, Vittoria quasi cinquecento morti ammazzati. Una strage passata sostanzialmente inosservata agli occhi dell'opinione pubblica nazionale.  Solo dopo la strage di Gela del novanta, otto morti in tre diversi agguati in soli venti minuti, e la strage di Vittoria del due gennaio 1999, cinque morti tra i diciotto e i trent'anni, in poco più di cinque minuti, i riflettori dei mass-media si sono accesi per cercare di capire quello che stava accadendo nel sud della Sicilia. Si tratta di stragi spettacolari, sempre più eclatanti, sempre più dimostrative, spesso messe a segno da minorenni, che arrivano da zone diverse da quelle dove si deve compiere la strage. Gli emergenti del luogo fanno da supporto logistico, indicando le persone da colpire e i luoghi di ritrovo. Con queste azioni gli stiddari cominciano la loro carriera dando sfogo ad istinti selvaggi. Il fatto che la Stidda abbia una struttura debole, crea problemi di interpretazione e di classificazione per chi si trova a dover dare una spiegazione al fenomeno; ma sono gli stessi mafiosi, spesso, a fare confusione. Ogni gruppo criminale mafioso che si contrapponeva a Cosa Nostra è stato iscritto automaticamente alla stidda. È scattato così un meccanismo per cui molti mafiosi non appartenenti a Cosa Nostra si sono autodefiniti stiddari senza esserlo. Carlo Zicchitella, mafioso pentito agrigentino, in una dichiarazione si definisce stiddaro solo dopo che così è stato chiamato dal giudice che lo interrogava: “Tutti gli "stiddari", come ci chiamate voi, siamo gente fuoriuscita da Cosa Nostra o che ha avuto gravi torti dalla Cupola: è anche il mio caso”. 

8) Il Cono d’ombra

Che la linea di separazione tra Cosa Nostra e Stidda non sia poi così netta emerge anche dalle affermazioni degli investigatori che quotidianamente lavorano contro la mafia nella Sicilia meridionale. I dirigenti del commissariato di Niscemi in provincia di Caltanissetta, dove esistono clan di Cosa Nostra e della Stidda dicono: “Qui in paese gli stiddari si occupano di traffico di droga e di estorsioni, Cosa Nostra del condizionamento della politica e degli appalti comunali, ma è difficile fare una distinzione netta. Si tratta, comunque, di clan mafiosi, che adesso si sono divisi il territorio in questa maniera, ma domani può cambiare tutto, la situazione è in continuo movimento, le stesse alleanze sono sottoposte a mutamenti”. Questa confusione ha reso difficile anche l’interpretazione di “delitti eccellenti”, come quello del magistrato Rosario Livatino e del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli assassinato nel 1992. Il collaboratore di giustizia Giovanni Calafato afferma che “a volere la morte del sottufficiale dei carabinieri sono stati il clan Grassonelli della Stidda e il clan Messina di Cosa Nostra, entrambi di Porto Empedocle, che, dopo un periodo di lotte interne, culminate nelle stragi del 1986 e del 1990, sono tornati ad avere buoni rapporti. I gruppi Grassonelli e Messina avevano l'interesse di assassinare Guazzelli ed inoltre hanno fatto di tutto per far ricadere la colpa sui clan di Palma Di Montechiaro”. Questa strana alleanza tra stidda e Cosa Nostra, per l’esecuzione di alcuni omicidi eccellenti, fa pensare che la mafia tradizionale, dopo aver incassato colpi durissimi, abbia imparato bene la lezione. Talmente bene che è riuscita, in alcuni casi a manovrare gli stiddari, piegandoli ai suoi scopi. “Troviamo traccia di questa tendenza a Canicattì, dove allo sterminio di Peppe De Caro e dei suoi affiliati non ha fatto seguito lo sterminio dei Ferro e dei Guarnera che ai De Caro erano collegati. Perché?” Si chiede Teresa Principato. “Pare che quella parte di Cosa Nostra vicina a Giuseppe Madonia, abbia strumentalizzato i Ferro e i Guarnera per decimare i De Caro”. Collocato in quest'ottica il delitto Livatino può assumere una luce molto particolare. Che i killer di Livatino e quelli di Guazzelli fossero stiddari è fuori discussione, ma non si può escludere che possano avere giocato altri interessi. 

9) Gli stiddari imparano la lezione

La stidda, insomma, dagli ex uomini d'onore, posati o fuori confidenza ha appreso l'abc, ma sta facendo terribili passi avanti. In quale direzione? L'elemento più interessante che emerge dalla lettura dei verbali dei collaboratori di giustizia, è il fatto che la stidda stia cominciando seriamente a mutuare le regole e la struttura verticistica di Cosa Nostra. Tutti i gruppi si stanno strutturando secondo lo schema del capo, del sottocapo... In passato si muovevano in maniera capillare, mai verticistica. La guida degli emergenti era lasciata ai personaggi più rappresentativi, quelli che avevano il maggiore spessore criminale. “Dal 1992 in poi, invece”, spiegano alcuni pentiti, “era abitudine dei gruppi stiddari riunire periodicamente gli esponenti di tutti i gruppi allo scopo di esaminare le problematiche che investivano le varie organizzazioni, le guerre in corso, i mutamenti di equilibrio, e decidere gli omicidi e gli interventi che di volta in volta si dovevano effettuare anche con forniture sufficienti di armi”. In quest’ottica e nel rispetto di esigenze connesse ai vari collegamenti che esistevano tra i vari gruppi criminali, si sono svolte riunioni alle quali partecipavano esponenti stiddari di varie province siciliane. Un capo come Riina, dunque, come fa a non accorgersi di questo immenso bradisismo che si stava manifestando nell’entroterra siciliano”? Riina, forse, non ha esercitato la sua ingerenza in queste province, quanto avrebbe dovuto. I corleonesi hanno sottovalutato la realtà agrigentina. Sono stati colti di sorpresa. Ed è proprio l’elemento sorpresa ad aver favorito la Stidda, nella fase iniziale dello scontro. Ma non solo. Dagli anni novanta in poi succede qualcosa che la favorisce ulteriormente. C’è tangentopoli. Anche se i processi per corruzione non arrivano fino in Sicilia, la geografia politica cambia, il mondo politico di riferimento di Cosa Nostra si disintegra e lo Stato lancia la più grande controffensiva della storia repubblicana. In tempi brevissimi passano le leggi sui collaboratori di giustizia e sul 41bis, l’articolo sul carcere duro che in pratica impedisce ai boss di comunicare con l’esterno. Si intensifica lo sforzo investigativo e subito viene nominato capo della procura di Palermo un magistrato del calibro di Gian Carlo Caselli. C’è anche una risposta culturale, una forte rivolta delle coscienze che si concretizza in una manifestazione pubblica a Palermo. E la mafia? E Cosa Nostra? Cosa Nostra è nei guai. Si trova a dover fronteggiare da un lato, l’ondata repressiva dello stato, e dall’altro deve tenere a bada la Stidda che la insidia inesorabilmente. 

10) Automatismi già noti

E intanto la stidda si trasforma, diventa più pragmatica, non crea allarme sociale ed evita il conflitto con Cosa Nostra. Dalla quale, invece, sente l’esigenza di mutuare regole e struttura, senza la stessa rigidità e unitarietà. Sicuramente tra le regole che la Stidda adotta non rientra quella di chiedere permessi o autorizzazioni per l’esecuzione di omicidi o stragi. L'unica formalità, qualora vi fosse radicata un'organizzazione alleata, è quella di contattare e utilizzare nell'azione i componenti della cosca locale.  Non più singoli gruppi senza collegamento tra loro, ma veri e propri gruppi consorziati tra loro. Siamo di fronte ad un esercito di malavitosi agguerrito, feroce e sanguinario, i cui unici parametri sono la violenza e l'omicidio. Ad ammetterlo è anche Bruno Carbonaro, uno dei capi stiddari più feroci e spietati: “la guida dei clan non era stabilita in base all'anzianità, ma a chi aveva commesso più reati: parametro per il governo erano la potenza e la ferocia”. Oggi si è arrivati al punto che esiste una cellula della Stidda in ogni provincia siciliana tranne che a Palermo. “Palermo è aut per la Stidda”, ci spiegano i magistrati della direzione distrettuale antimafia. Qui la Stidda non è riuscita ad insediarsi a causa della forte presenza di Cosa Nostra. Insomma estrema pericolosità, estensione, illimitata capacità omicida, spregiudicatezza sono le caratteristiche principali della nuova Stidda, che sta tentando di consolidarsi ed di espandersi, sostituendosi a Cosa Nostra o diventandone la nuova referente dopo lo sterminio di massa dei suoi capi storici. A lanciare l’allarme sono proprio gli investigatori che da anni si occupano di questa nuova realtà criminale: “Guai a sottovalutare gli stiddari, bisogna tenerli sotto costante osservazione. Sono in via di grandissima espansione in diverse province dell’isola”. Da Cosa Nostra, la stidda, ha imparato come muoversi sul territorio e la determinazione di un’azione criminale la cui spiegazione è resa estremamente difficile anche dall'assenza delle globali strategie e delle regole che costituiscono patrimonio di Cosa Nostra.  Inoltre “la costruzione di stabili alleanze anche fuori dalla provincia di appartenenza, la gestione di comuni punti di riunioni, dove si tengono armi e materiali che normalmente vengono utilizzati per la realizzazione di delitti, di covi, sparsi per tutta l'isola, che servono a nascondere e a dare rifugio ai latitanti del gruppo e la compartimentazione e settorializzazione delle attività illecite, ci fanno comprendere”, spiega Teresa Principato, “come negli ultimi anni si stiano formando gruppi più stabili e duraturi”. Ma la Stidda è arrivata fino al nord, in Piemonte affermano gli investigatori. Si è radicata nel capoluogo piemontese attraverso alcuni commercianti di pesce di Porta Palazzo. Gente di Trapani, Mazara del Vallo, Gela, Marsala e Porto Empedocle, che costruisce in fretta una fitta rete di potere, grazie a piccole attività criminali. Ne diventa il leader Salvatore Jocolano da Collesano, in soggiorno obbligato a Caluso. Che in breve tempo si allea con la vecchia malavita piemontese e inizia ad organizzare rapine. Iniziano così gli stiddari, con le rapine, la loro attività criminale fuori dalla Sicilia. Racconta un pentito: “Per molti di noi l'assalto alle banche era una prova del fuoco, per poi passare ad incarichi più importanti”. La vita della stidda piemontese, comunque, scorre tranquilla fra traffici di eroina, cocaina, ecstasy e puntuali e generalizzate riscossioni del pizzo dal'90 sino al marzo del 1994, quando arriva il primo grande blitz: 14 arresti che incrinano una struttura temibile, comunque vitale, perché capace di proteggere ancora la latitanza di Jocolano, poi a sua volta catturato. Ma referenti della stidda si trovano anche in Germania. Qui molti degli stiddari siciliani trovano rifugio e protezione, trafficano in armi e esplosivi, gestiscono bische clandestine, controllano il gioco d’azzardo e organizzano rapine.  Gli stiddari, insomma, dimostrano di sapersi muovere con disinvoltura anche all’estero. Non c’è dubbio che il patto di ferro stretto nei paesi d’origine, estende i suoi effetti anche in Germania, dove la Stidda ha dato vita ad una vera e propria “pizza connection”, che ricalca, per le modalità organizzative e le finalità di copertura, quella americana. Nonostante la difficoltà che emerge nel classificare con precisione la Stidda in ogni sua caratteristica, l’intera vicenda ci permette di fare una considerazione. Il fatto che la nascita e l’affermazione di clan esterni a Cosa Nostra aggregatisi nella stidda siano avvenute più o meno contemporaneamente in molte realtà della Sicilia meridionale mette in evidenza, spiega Giovanni Colussi, “come la forza del modello criminale mafioso quando trova sul territorio le condizioni socio-economiche favorevoli, sia superiore alla stessa volontà espansiva delle stesse organizzazioni mafiose tradizionali come Cosa Nostra”. Insomma non c’è bisogno di grandi vecchi o di progetti studiati a tavolino: se la carriera del mafioso risulta il modo più produttivo di fare il criminale, allora anche i criminali comuni sceglieranno di fare i mafiosi, facendo concorrenza alle mafie tradizionali come Cosa Nostra.
Ultimo aggiornamento ( Tuesday 28 April 2009 )
 
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